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25/07/2026 ore 07.41
Politica

Sanità, l’autonomia differenziata spaventa il Sud: la Calabria rischia di perdere medici e servizi essenziali

Le Regioni più ricche potranno rafforzare i propri sistemi sanitari, mentre il Mezzogiorno teme una nuova emorragia di personale e risorse. Ora la domanda è una sola: quale sarà la posizione della Regione?

di Redazione Politica
marco iacobucci

Con il via libera definitivo della Camera alle pre-intese tra il Governo e Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, l’autonomia differenziata entra nella sua fase più concreta. Tra le materie coinvolte c’è anche la sanità, il pilastro più delicato dello Stato sociale e uno dei temi destinati a segnare il futuro del Paese.

Per i sostenitori della riforma si tratta di un passo verso una maggiore efficienza amministrativa e una più forte responsabilizzazione delle Regioni. Per i critici, invece, è l’inizio di un processo che rischia di incrinare il principio di uguaglianza sul quale è stato costruito il Servizio sanitario nazionale.

La domanda è semplice quanto decisiva: un cittadino calabrese continuerà ad avere gli stessi diritti di un cittadino lombardo o veneto? Oppure la qualità delle cure dipenderà sempre più dalla ricchezza della Regione in cui si vive?

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Il timore nasce da un dato evidente. Le Regioni con una maggiore capacità fiscale potranno disporre di risorse più consistenti da destinare alla sanità. Potranno aumentare stipendi e incentivi, migliorare le condizioni di lavoro, investire in tecnologie e organizzazione, rendendo i propri ospedali sempre più attrattivi.

In un sistema che già oggi soffre una grave carenza di personale, il rischio è che medici, infermieri e professionisti sanitari siano spinti a trasferirsi dove le opportunità economiche e professionali saranno migliori.

Per il Mezzogiorno sarebbe un colpo durissimo.

Gli ospedali del Sud, già alle prese con organici ridotti, liste d’attesa sempre più lunghe e difficoltà organizzative, potrebbero subire una nuova emorragia di competenze. Reparti oggi in equilibrio precario rischierebbero di perdere altro personale, aggravando una situazione già estremamente critica.

Ma le conseguenze ricadrebbero soprattutto sui cittadini.

Se i servizi continueranno a indebolirsi, sempre più persone saranno costrette a lasciare la propria regione per una visita specialistica, un intervento chirurgico o una terapia complessa. La mobilità sanitaria, già oggi molto elevata dal Sud verso il Nord, rischia di trasformarsi in un fenomeno ancora più esteso.

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E ogni paziente che parte porta con sé anche risorse economiche. Le Regioni meridionali devono infatti rimborsare quelle che erogano le prestazioni ai propri residenti. Si crea così un meccanismo perverso: meno servizi producono più mobilità sanitaria; più mobilità significa maggiori trasferimenti di risorse verso il Nord; meno risorse rendono ancora più difficile migliorare gli ospedali del Sud.

Il nodo più delicato resta quello dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni. Senza una loro piena definizione e soprattutto senza adeguate risorse per garantirli in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, il rischio è che il diritto alla salute finisca per dipendere sempre più dalla forza economica delle singole Regioni.

È questo il punto sul quale si concentra la critica di gran parte del mondo scientifico e sanitario. Prima di attribuire nuove competenze, sostengono molti osservatori, occorrerebbe garantire davvero pari diritti ai cittadini italiani, indipendentemente dal luogo di residenza.

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Per la Calabria lo scenario appare particolarmente preoccupante. Una regione che vive da anni sotto il peso del commissariamento della sanità, con una cronica carenza di personale, ospedali spesso in difficoltà, servizi territoriali insufficienti e vaste aree interne dove l’accesso alle cure è già oggi problematico, rischia di pagare un prezzo ancora più alto. Se dovesse perdere ulteriori medici, infermieri e specialisti, il divario con le regioni più forti potrebbe diventare ancora più difficile da colmare.

Non a caso il confronto si sposterà presto anche sul terreno più politico e avrà anche importanti risvolti giudiziari.

Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, ha già annunciato il ricorso alla Corte costituzionale, sostenendo che la devoluzione delle competenze sanitarie rischia di compromettere ulteriormente gli equilibri del Servizio sanitario nazionale e di penalizzare il Mezzogiorno. Una preoccupazione che, durante le audizioni parlamentari, è stata espressa anche dalla Fondazione Gimbe e da numerosi esperti, secondo i quali la riforma potrebbe ampliare le disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure.

Ma la sfida sarà soprattutto politica.

L’iniziativa di Decaro apre un fronte destinato ad attraversare anche la maggioranza di governo. Nei prossimi passaggi parlamentari, i partiti del centrodestra dovranno convincere i propri parlamentari eletti nel Mezzogiorno della bontà di una riforma che molti amministratori del Sud considerano penalizzante. Un equilibrio politico delicato, perché l’autonomia differenziata rappresenta uno dei principali punti qualificanti della Lega e uno degli assi portanti dell’intesa raggiunta nella coalizione di governo sulle grandi riforme istituzionali.

Il dibattito, dunque, va ben oltre la redistribuzione delle competenze tra Stato e Regioni. In gioco c’è l’idea stessa di Servizio sanitario nazionale. Se prima non saranno garantiti gli stessi diritti e gli stessi livelli di assistenza in tutto il Paese, il rischio è quello di costruire un’Italia nella quale la salute non sarà più un diritto universale, ma una condizione legata alla ricchezza del territorio in cui si nasce.

E sarebbe una delle più profonde fratture sociali e civili dalla nascita della Repubblica.

Davanti a tutto questo, cosa farà la Regione Calabria?