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15/03/2026 ore 20.04
Politica

Scandalo Huawei al Parlamento europeo, c’è un indagato calabrese nell’inchiesta belga: chi è Andrea Maellare

La Procura federale amplia il fronte delle indagini sul presunto sistema di tangenti legato al colosso cinese. Tra i nuovi sospettati l’assistente originario di Soverato dell’eurodeputato Fulvio Martusciello, convocato per un interrogatorio. Ecco quali sono le accuse contro di lui

di P. P. P.

La Procura federale del Belgio apre un nuovo sviluppo nel cosiddetto scandalo “Huaweigate”, proprio mentre si avvicina un passaggio delicato per l’europarlamentare di Forza Italia Fulvio Martusciello. Nei prossimi giorni, infatti, il parlamentare europeo dovrà comparire davanti alla Commissione Juri del Parlamento europeo, chiamata a valutare la richiesta delle autorità giudiziarie belghe di revocare la sua immunità parlamentare. La Procura sospetta che il politico italiano possa avere avuto un ruolo nel presunto sistema di tangenti che, secondo gli inquirenti, sarebbe partito dal gruppo tecnologico cinese Huawei per arrivare a lobbisti, assistenti parlamentari e, in alcuni casi, anche a eurodeputati.

Nel fascicolo dell’indagine, secondo quanto riferisce il Fatto Quotidiano, è comparso ora un nuovo nome. Nei giorni scorsi la polizia ha notificato un invito a comparire per interrogatorio ad Andrea Maellare, trentenne originario di Soverato, in provincia di Catanzaro. La sua carriera politica si è sviluppata all’interno di Forza Italia, dove ha mosso i primi passi nelle organizzazioni giovanili fino a diventare coordinatore regionale di Forza Italia Giovani e vice delegato nazionale. In questo percorso ha avuto modo di entrare in contatto con figure di primo piano del partito, tra cui l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e l’attuale segretario nazionale e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Il rapporto politico più stretto è però quello con Martusciello. Nel 2019 Maellare ha iniziato uno stage presso l’europarlamentare campano e, dopo sette mesi di tirocinio, nel 2020 è diventato assistente parlamentare dello stesso Martusciello. All’epoca aveva soltanto 24 anni ed era considerato uno dei più giovani assistenti parlamentari a Bruxelles.

Oggi, sei anni dopo, la sua posizione è al centro dell’inchiesta. Martedì mattina dovrà presentarsi negli uffici della polizia federale belga per essere ascoltato dagli investigatori. Nell’atto ricevuto si precisa che sarà interrogato “in qualità di sospettato” per una serie di reati ritenuti particolarmente gravi e punibili “con la reclusione”. Tra le accuse ipotizzate figurano associazione a delinquere, corruzione pubblica, falsificazione di documenti, utilizzo di atti falsi e riciclaggio di denaro.

Nel documento si specifica inoltre che, pur non essendo attualmente privato della libertà personale, la situazione dell’indagato potrebbe mutare a seguito dell’interrogatorio. Nell’avviso si legge infatti: “Tuttavia tenete presente che il pubblico ministero, a seconda delle circostanze, può disporre l’arresto nell’ambito delle indagini”. Per questo motivo le autorità belghe hanno invitato Maellare a presentarsi accompagnato da un avvocato, con la facoltà di “fare una dichiarazione, rispondere alle domande poste oppure rimanere in silenzio”.

Lo scandalo Huaweigate è emerso pubblicamente nel 2025, quando le autorità hanno effettuato 21 perquisizioni tra Belgio, Portogallo e Francia su mandato della Procura federale belga. Al centro dell’indagine vi sarebbe un presunto sistema di pagamenti illeciti legato alla competizione tra i grandi gruppi delle telecomunicazioni per lo sviluppo delle infrastrutture 5G in Europa. In quegli anni diversi governi occidentali, spinti anche dalle pressioni degli Stati Uniti, sostenevano l’esclusione delle aziende cinesi dai progetti strategici per motivi di sicurezza.

Secondo l’ipotesi investigativa, alcuni lobbisti legati a Huawei avrebbero cercato di contrastare questa linea politica sollecitando eurodeputati a intervenire a favore delle aziende cinesi, anche attraverso iniziative pubbliche e documenti indirizzati alle istituzioni europee. In una di queste iniziative si parlava di “razzismo tecnologico”. Gli inquirenti ritengono che tale attività di pressione sarebbe stata sostenuta da pagamenti illeciti.

Tra i documenti acquisiti figura anche una lettera inviata nel gennaio 2021 alla Commissione europea e firmata, tra gli altri, proprio da Martusciello. Secondo la ricostruzione della Procura, l’accordo avrebbe previsto un compenso di circa 15mila euro per l’autore del testo e 1.500 euro per ciascun eurodeputato cofirmatario. Gli investigatori sostengono inoltre di aver raccolto messaggi e soprattutto tracce bancarie relative a trasferimenti di denaro provenienti da Huawei. Le somme sarebbero transitate attraverso due società, una con sede in Belgio e una nel Regno Unito, per poi arrivare sui conti di alcuni assistenti parlamentari, chiudendo così quello che gli inquirenti definiscono il presunto “patto corruttivo”.

Quello di Maellare non sarebbe comunque il primo nome vicino a Martusciello coinvolto nell’indagine. Nel marzo 2025 un mandato di arresto europeo aveva colpito anche l’assistente parlamentare Lucia Luciana Simeone, accusata di associazione per delinquere, corruzione e riciclaggio. Dopo alcuni giorni trascorsi nel carcere di Secondigliano, la donna era stata posta agli arresti domiciliari su decisione della Corte d’Appello di Napoli. Successivamente il mandato di arresto europeo è stato revocato: il giudice istruttore belga ha preso atto, secondo quanto riferito dai legali della difesa, della volontà dell’assistente di collaborare e fornire chiarimenti sulla propria posizione.

Una situazione che presenta alcune analogie con quella che ora riguarda Maellare, nei cui confronti al momento esiste soltanto un avviso di garanzia accompagnato da quella che, nel sistema giudiziario belga, viene definita un’“invitation à être entendu”.

Il cosiddetto Huaweigate del Parlamento europeo

Con l’espressione “Huaweigate” si indica l’indagine avviata dalla Procura federale belga su un presunto sistema di corruzione collegato alle attività di lobbying del colosso cinese Huawei presso il Parlamento europeo. Secondo gli investigatori, intermediari e lobbisti avrebbero organizzato una rete di pagamenti diretti o indiretti a favore di assistenti parlamentari ed eurodeputati per influenzare il dibattito politico europeo sulle restrizioni alle aziende cinesi nello sviluppo delle reti 5G. L’inchiesta, esplosa dopo una serie di perquisizioni internazionali e acquisizioni di documenti e bonifici, mira a verificare se tali attività di pressione abbiano superato i limiti del lobbying legale trasformandosi in un sistema di tangenti volto a orientare decisioni e posizioni delle istituzioni europee su un tema considerato strategico per la sicurezza tecnologica del continente.