Schifani, De Luca evoca il Csm: il possibile voto in Sicilia a primavera incrocia il braccio di ferro tra Meloni e Forza Italia
Cateno De Luca racconta in un reel che il presidente della Regione Siciliana avrebbe puntato a un posto nel Consiglio superiore della magistratura. Per il sindaco di Taormina, venuta meno questa prospettiva, Schifani resterebbe in carica fino a fine febbraio e poi si dimetterebbe, aprendo la strada alle elezioni regionali in Sicilia in primavera
Il calendario è il punto in cui la ricostruzione di Cateno De Luca incontra la politica nazionale. Nel video pubblicato su Instagram, il sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord sostiene che Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana, avrebbe avuto una via d’uscita dalla presidenza attraverso una candidatura al Consiglio superiore della magistratura (Csm). Le condizioni per quell’approdo, secondo De Luca, sarebbero venute meno negli ultimi giorni. Schifani resterebbe quindi alla guida della Regione fino alla fine di febbraio, per poi dimettersi e consentire il voto siciliano in primavera, in coincidenza con le elezioni politiche e comunali. Per il voto nazionale, De Luca indica la seconda settimana di maggio.
Il passaggio sul Consiglio superiore della magistratura e sull’uscita concordata di Schifani non trova conferme pubbliche nelle fonti consultate. La finestra nazionale di primavera, invece, è oggetto di un confronto aperto nella maggioranza. Il 5 ottobre Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, ha evocato «l’esigenza di votare a maggio» e la possibilità di accorpare le elezioni politiche alle comunali. Poche ore più tardi ha precisato che, per il suo partito, la legislatura dovrebbe arrivare alla scadenza naturale nell’autunno 2027, «ferme restando le prerogative del Capo dello Stato».
Sulla posizione di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, le ricostruzioni pubblicate il 7 ottobre restituiscono segnali diversi. Il quotidiano la Repubblica riferisce che la premier sarebbe ancora orientata alle urne tra aprile e maggio e che il calendario è diventato un terreno di confronto con gli alleati. L’agenzia di stampa Ansa riporta invece che, secondo alcune fonti, Meloni non avrebbe gradito l’apertura di Malan al voto anticipato. La posizione espressa da Antonio Tajani, segretario nazionale di Forza Italia, è netta: «Noi siamo favorevoli ad arrivare alla fine della legislatura». Non emerge, al momento, un intervento diretto della premier sulla permanenza di Schifani o sulla presunta candidatura al Consiglio superiore della magistratura.
La coincidenza tra un’eventuale uscita del governatore a fine inverno e le politiche di primavera è compatibile con le regole siciliane. L’articolo 10 dello Statuto regionale prevede che, in caso di dimissioni del presidente, si proceda alla nuova elezione del presidente e dell’Assemblea regionale entro i tre mesi successivi. Una decisione a fine febbraio potrebbe dunque collocare il voto in primavera. La norma chiarisce la finestra temporale; non certifica un accordo politico né stabilisce che le elezioni siciliane debbano svolgersi nello stesso giorno di quelle nazionali e comunali.
A Palermo, intanto, la questione immediata è la ricandidatura di Schifani. Nino Minardo, deputato alla Camera, presidente della Commissione Difesa e commissario regionale di Forza Italia, ha chiesto una «proposta politica completamente nuova» per la Sicilia. L’Ansa interpreta quelle parole come una chiusura all’ipotesi di un secondo mandato del governatore. Schifani ha dichiarato di stare valutando le decisioni da assumere; l’agenzia ha riferito anche di una telefonata dai toni tesi tra lui e Tajani.
Il retroscena sui vertici nazionali va tenuto distinto dalle dichiarazioni ufficiali. Il Fatto Quotidiano scrive che la presa di posizione di Minardo è arrivata dopo un colloquio con Tajani e Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera. Minardo ha poi proposto un incontro a Roma con Tajani e Schifani per definire il percorso politico. Al 7 ottobre non risultavano una data fissata né un esito. La Repubblica riferisce che al governatore potrebbe essere confermato il sostegno fino alla fine della legislatura, pur escludendo una sua ricandidatura: una soluzione che separerebbe la guida dell’esecutivo regionale dalla scelta del candidato per il 2027.
Questa soluzione spiega la cautela di Forza Italia sulle dimissioni. Secondo l’Ansa, se Schifani si dimettesse in quei giorni, la prima finestra utile per il voto sarebbe il 13 dicembre. Fino ad allora il governo regionale resterebbe in ordinaria amministrazione; la Sicilia rischierebbe di arrivare a fine anno senza la manovra di stabilità e in esercizio provvisorio. L’agenzia segnala inoltre che i deputati regionali al primo mandato maturerebbero il requisito previdenziale richiesto soltanto a maggio 2027.
La questione politica, quindi, non riguarda soltanto la ricandidatura di Schifani, ma il momento in cui Forza Italia intende regolare la successione. A Roma Giorgia Meloni e gli alleati discutono se anticipare le elezioni politiche; in Sicilia Forza Italia vuole evitare che il contrasto sulla candidatura faccia cadere subito il governo regionale. Il calendario evocato da De Luca avvicina le due partite, ma la presunta regia comune - e soprattutto il passaggio sul Consiglio superiore della magistratura - resta da dimostrare. Il confronto tra Tajani, Schifani e Minardo dirà se la successione potrà essere rinviata alla fine della legislatura o se il governatore sceglierà di dimettersi.