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23/09/2026 ore 17.36
Politica

Schlein, la proroga diventa una resa dei conti: nel Pd è già battaglia sulla leadership

La segretaria punta all’Assemblea nazionale di ottobre per evitare il congresso alla vigilia delle Politiche. Nel partito crescono i dubbi sui gazebo e circolano i nomi di possibili candidati terzi

di Redazione Politica

Elly Schlein deve ottenere la proroga del proprio mandato per guidare il Partito democratico fino alle elezioni politiche del 2027, ma quello che sulla carta dovrebbe rappresentare un passaggio quasi obbligato rischia di trasformarsi nella prima vera conta interna sulla strategia del centrosinistra. La segretaria, eletta attraverso le primarie del 26 febbraio 2023, punta a convocare in ottobre l’Assemblea nazionale presieduta da Stefano Bonaccini, chiamata a modificare il calendario congressuale ed evitare che il Pd precipiti in un congresso a pochi mesi dal voto. Intorno a quella decisione, però, si concentrano tutte le tensioni rimaste finora sotto traccia: le primarie di coalizione, il rapporto con Giuseppe Conte, la guerra in Ucraina, l’allargamento ai centristi e la possibilità di cercare un candidato terzo per Palazzo Chigi.

La proroga permetterebbe a Schlein di restare in carica senza affrontare un congresso tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Una soluzione razionale, considerando la possibile coincidenza tra la scadenza della legislatura e quella degli organismi dirigenti del Pd, ma politicamente meno scontata di quanto apparisse poche settimane fa. L’Assemblea nazionale raccoglie delegati legati alle diverse aree del partito e la segretaria dovrà costruire un’intesa capace di andare oltre il semplice prolungamento tecnico del mandato.

Le perplessità non riguardano soltanto la minoranza riformista che fa riferimento all’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini e comprende, tra gli altri, i parlamentari Filippo Sensi e Lia Quartapelle. I dubbi sulle primarie starebbero attraversando anche settori della maggioranza e una parte del gruppo dirigente tradizionalmente vicino a Schlein. Nelle ricostruzioni delle ultime ore compaiono il tesoriere nazionale Michele Fina, l’ex sindaco di Firenze Dario Nardella, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale e i governatori Antonio Decaro ed Eugenio Giani.

Non si tratta di una corrente organizzata contro la segretaria, ma del segnale di un timore ormai diffuso: una sfida diretta con Conte potrebbe lacerare la coalizione prima ancora della campagna elettorale, trasformando le primarie in un referendum non soltanto sulla leadership, ma anche sull’identità e sulla politica estera della futura alleanza.

Schlein, almeno pubblicamente, non intende arretrare. Il 13 settembre, chiudendo la Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, la segretaria ha indicato il percorso: prima il programma, poi un accordo sul candidato oppure le primarie, aggiungendo che, qualora si svolgessero, il Pd sarebbe pronto a vincerle. Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, rivendica invece il diritto degli elettori del centrosinistra a scegliere il candidato premier e respinge l’idea che il nome possa essere deciso «nelle segrete stanze». Dietro la disponibilità reciproca continua così a consumarsi una competizione aggravata dalle distanze sull’invio delle armi a Kiev e sul riarmo europeo.

Neppure i sondaggi hanno chiarito i rapporti di forza. Alcune rilevazioni attribuiscono un vantaggio a Schlein, altre collocano Conte davanti alla segretaria, mentre un sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera ha mostrato un gradimento elevato per una soluzione terza: la sindaca di Genova Silvia Salis ha ottenuto un indice del 56 per cento, davanti a Conte al 55 e a Schlein al 51. Numeri che non costituiscono una previsione sulle primarie, ma spiegano perché nel Pd e tra gli alleati continui a circolare la tentazione del “federatore”.

La novità delle ultime ore riguarda Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia ed ex sindaco di Bari, il cui nome sarebbe entrato nella rosa dei possibili candidati capaci di evitare lo scontro Schlein-Conte. Decaro viene considerato un amministratore popolare, riconoscibile nel Mezzogiorno e apprezzato anche in una parte del Movimento 5 Stelle. Non risulta una sua disponibilità e l’ipotesi viene ridimensionata negli ambienti più vicini al governatore, ma la sua presenza nella lista indica quanto sia diventata concreta la ricerca di una via d’uscita.

Tra gli altri nomi restano Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani, Roberto Gualtieri, sindaco di Roma ed ex ministro dell’Economia, e la stessa Salis. Manfredi ha espresso la preferenza per una soluzione condivisa, sostenendo che sarebbe meglio evitare primarie destinate a lasciare ferite nella coalizione; Salis ha più volte escluso una propria candidatura; Gualtieri non alimenta pubblicamente l’ipotesi. Più defilati rimangono Franco Gabrielli, già capo della Polizia e sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza nel governo Draghi, ed Ernesto Maria Ruffini, già direttore dell’Agenzia delle Entrate.

Bonaccini, presidente dell’Assemblea nazionale del Pd e sfidante di Schlein alle primarie del 2023, mantiene una posizione prudente. «Sto girando l’Italia da mesi e non trovo uno o una che mi fermi per chiedermi quando faremo le primarie. Chiedo di abolire la parola primarie per qualche settimana», ha dichiarato Bonaccini, invitando la coalizione a lavorare sulle priorità programmatiche e a stringere quello che ha definito un «patto di sangue».

Su Schlein si stringe così una doppia tenaglia. Conte spinge per le primarie perché una vittoria gli consentirebbe di rovesciare i rapporti di forza tra Pd e Movimento 5 Stelle; dentro il Pd cresce invece il timore che la consultazione possa trasformarsi in un regolamento di conti. Anche l’ipotesi di un’intesa senza gazebo, tuttavia, obbligherebbe la segretaria a discutere un nome terzo e dunque a rinunciare alla candidatura a Palazzo Chigi.

L’Assemblea nazionale chiamata a pronunciarsi sulla proroga rischia pertanto di diventare molto più di un passaggio statutario. Le diverse aree potranno chiedere garanzie sulle liste, sulla politica estera, sul rapporto con Matteo Renzi e Casa riformista e sulla futura leadership. Schlein vuole arrivarci come guida naturale del principale partito d’opposizione, ma i suoi interlocutori sembrano intenzionati a ricordarle che la proroga non sarà un assegno in bianco. Ed è proprio tra i delegati democratici, prima ancora che nei gazebo, che potrebbe cominciare la vera battaglia per decidere chi sfiderà Giorgia Meloni.