Schlein sfida Conte e si prende il Pd: «Abbiamo il doppio dei voti». Il campo largo va verso le primarie
La segretaria dem rivendica la leadership del centrosinistra e archivia l’ipotesi del federatore: «Generosi sì, ingenui no». Il leader M5S raccoglie la sfida e sceglie i gazebo. Ma dietro la corsa per Palazzo Chigi restano le distanze sull’Ucraina, lo strappo dei riformisti e il problema di Renzi, mentre Ruffini e Gabrielli provano ad allargare lo spazio moderato
Elly Schlein ha deciso di togliere dal tavolo l’equivoco che da mesi accompagna la costruzione del campo largo: il Partito democratico vuole costruire l’alternativa a Giorgia Meloni insieme al Movimento 5 Stelle, ad Alleanza Verdi e Sinistra e alle altre forze del centrosinistra, ma non intende rinunciare al peso politico che deriva dall’essere la principale forza dell’opposizione. La Direzione nazionale del Pd segna così un passaggio destinato a incidere sulla marcia verso le prossime elezioni politiche, perché la segretaria non si limita più a difendere l’unità della coalizione e a rinviare il problema della leadership, ma rivendica apertamente il diritto dei democratici a guidarla. Giuseppe Conte raccoglie immediatamente la sfida e porta il confronto sul terreno delle primarie: se per Schlein le possibilità sono due, leadership affidata al partito più forte oppure gazebo, per il presidente del M5S la strada ormai è una sola.
È questa la conseguenza politicamente più rilevante di una giornata cominciata con l’attacco di Schlein al governo Meloni e finita con una resa dei conti dentro l’opposizione. La segretaria dem accusa la premier di avere fallito e scandisce che «prima andiamo a votare e meglio sarà per il Paese», poi rivendica i risultati ottenuti dal Pd sotto la propria guida; quando il discorso arriva agli alleati, però, cambia registro e manda un messaggio inequivocabile a Conte: il programma dovrà essere scritto insieme, attraverso un percorso comune e aperto alla società, ma essere inclusivi non significa considerare identico il peso di ogni partito. «Generosi sì, ingenui no», sintetizza Schlein, ricordando che il Pd è il primo partito dell’opposizione e che gli elettori gli hanno consegnato «il doppio dei voti delle altre forze».
Schlein, la proroga diventa una resa dei conti: nel Pd è già battaglia sulla leadershipSchlein rivendica la leadership, Conte sceglie le primarie
Il punto politico arriva subito dopo ed è ancora più netto, perché Schlein lega la forza elettorale del Pd direttamente alla questione della premiership: in una coalizione, sostiene, è normale che la guida spetti al partito che raccoglie più voti e questo non rappresenterebbe un tentativo di egemonia, ma l’applicazione di un principio democratico. Se gli alleati non dovessero accettarlo, restano le primarie e la segretaria si dice pronta ad affrontarle e a vincerle. Il messaggio ridimensiona anche la lunga discussione sul possibile federatore o sul «terzo uomo» capace di mettere insieme anime molto diverse del centrosinistra, ipotesi tornata nel dibattito proprio nei giorni precedenti, mentre dentro il Pd diverse voci considerano ormai quella strada superata.
Conte comprende immediatamente che il quadro è cambiato e porta il ragionamento alle sue conseguenze: se le alternative indicate dalla segretaria sono la candidatura della leader del partito più votato oppure le primarie, allora «non ci sono alternative» alla scelta attraverso i gazebo. Il presidente del Movimento 5 Stelle prova contemporaneamente a disinnescare l’immagine di una guerra personale con Schlein, assicurando che affronterà le primarie con spirito unitario e che non consentirà che si trasformino in un «duello rusticano» tra leader, ma la sostanza politica rimane: Pd e M5S hanno cominciato a misurarsi apertamente sulla guida del centrosinistra e il confronto non riguarda soltanto il nome del candidato a Palazzo Chigi, perché dietro la discussione sulla premiership si nasconde la questione più complessa degli equilibri interni alla coalizione e di quanto il peso elettorale delle singole forze debba tradursi nella capacità di orientarne il programma.
La frase di Schlein secondo cui nel confronto programmatico «uno non vale uno» colpisce inevitabilmente il Movimento proprio su uno dei suoi slogan originari e Conte risponde spostando il significato dell’espressione dagli equilibri tra i partiti alla volontà degli elettori, richiamando in particolare l’opposizione all’escalation militare e all’invio di armi. Anche Angelo Bonelli di Avs contesta però il ragionamento della segretaria, sostenendo che nel confronto delle idee non possa prevalere semplicemente la forza dei numeri: un primo segnale di quanto la rivendicazione del primato democratico, pur rafforzando Schlein dentro il Pd, possa complicare il rapporto con gli alleati che dovrebbero costruire insieme ai dem l’alternativa al centrodestra.
L’Ucraina resta la vera faglia del campo largo
Ed è proprio l’Ucraina a mostrare quanto sia ancora lunga la strada che separa un’alleanza elettorale da una coalizione di governo. Schlein ribadisce che il Pd ha sostenuto e continuerà a sostenere il popolo ucraino, ma contemporaneamente insiste sulla necessità di rafforzare l’iniziativa diplomatica europea e confida nella possibilità di trovare con gli alleati «una sintesi alta»; Conte mantiene invece una linea fortemente critica sulla prosecuzione dell’invio di armi e proprio su questo terreno la distanza non riguarda soltanto Pd e Movimento 5 Stelle, perché attraversa lo stesso Partito democratico.
I riformisti considerano infatti il sostegno a Kiev uno dei punti sui quali preservare l’identità del Pd e la Direzione conferma che la frattura interna resta aperta, anche se la posizione di Schlein sull’Ucraina viene apprezzata da una parte della minoranza. L’area riformista decide comunque di non partecipare al voto sulla relazione della segretaria e Lorenzo Guerini spiega che restano questioni da chiarire, mentre Giorgio Gori torna sul tema delle regole chiedendo la possibilità di più candidature provenienti dal Pd alle eventuali primarie, proposta sulla quale dai vertici del partito è arrivata una chiusura. La relazione viene così approvata all’unanimità dei presenti, ma senza la partecipazione al voto della minoranza riformista.
È un dettaglio tutt’altro che secondario, perché Schlein si prepara alla competizione con Conte mentre deve contemporaneamente evitare che la battaglia per la leadership allarghi le distanze dentro il proprio partito. I riformisti condividono la rivendicazione del peso politico del Pd - Guerini ha definito uno «scatto d’orgoglio» il passaggio della segretaria - ma chiedono maggiore chiarezza sulle regole, sul profilo della coalizione e soprattutto sul rischio che l’identità democratica venga progressivamente avvicinata alle posizioni di M5S e Avs. Stefano Bonaccini insiste invece sulla necessità di costruire prima il programma e successivamente affrontare la questione della leadership, mentre Francesco Boccia rivendica l’autonomia politica del Pd proprio rispetto agli alleati.
Ruffini-Gabrielli, prove di nuovo centro nel campo largo: niente veti a Renzi e porta aperta a CalendaRenzi, Ruffini e Gabrielli: la partita si allarga al centro
C’è poi un’altra frontiera sulla quale Schlein e Conte dovranno inevitabilmente misurarsi, ed è quella del centro. La segretaria continua a sostenere che il programma debba essere costruito con tutte le forze disponibili a partecipare all’alternativa, impostazione che mantiene aperta la porta anche a Matteo Renzi nonostante le fortissime resistenze del Movimento 5 Stelle e di una parte di Avs. Conte restituisce la responsabilità direttamente alla leader dem: se considera Renzi un valore aggiunto, sarà Schlein a dover essere garante politicamente di quel contributo alla coalizione.
Ma proprio mentre Pd e M5S discutono di chi debba guidare il campo largo, Ernesto Maria Ruffini prova con Più Uno ad allargare lo spazio moderato e riformista del centrosinistra e Franco Gabrielli ha deciso di accompagnarne il progetto, spiegando di farlo senza chiedere ruoli o garanzie e chiarendo una collocazione nel centrosinistra «senza ambiguità». L’ex capo della Polizia non immagina un centro equidistante o autosufficiente, ma un’area capace di rendere più larga la coalizione, e sulle primarie pone una sequenza precisa: prima programma condiviso, perimetro politico e regole comuni, poi eventualmente la scelta della leadership.
Il movimento di Ruffini e Gabrielli interviene esattamente nel punto più delicato della costruzione del centrosinistra, quello spazio compreso tra il Pd, Matteo Renzi, Carlo Calenda e un elettorato moderato che potrebbe non riconoscersi nel centrodestra ma guardare con diffidenza a una coalizione troppo condizionata dalle posizioni del Movimento 5 Stelle. Gabrielli esclude veti preventivi nei confronti di Renzi e, parlando di Calenda, sostiene che non si tratti di «recuperarlo», ma di costruire una proposta sufficientemente interessante da interpellare anche lui e il suo elettorato. Sono posizioni che aggiungono un altro tassello alla discussione sul perimetro del campo largo proprio mentre Schlein tenta di stabilirne gli equilibri interni.
La partita del centrosinistra assume così una forma diversa da quella immaginata soltanto qualche mese fa. Non c’è più soltanto il problema di tenere insieme Pd, M5S e Avs, ma quello di costruire un perimetro abbastanza largo da comprendere anche l’area centrista senza trasformare ogni differenza in un diritto di veto. Ed è precisamente su questo equilibrio che Schlein tenta di spostare il baricentro: disponibilità al compromesso ma riconoscimento del peso del Pd, coalizione larga ma senza rinunciare alla propria identità, programma comune ma senza accettare che tutte le forze possano prescindere dai rispettivi rapporti elettorali.
Giorgia Meloni rimane naturalmente il bersaglio finale. Schlein accusa il governo di avere fallito e prova a presentare il Pd come il perno dell’alternativa, ma almeno per una giornata lo scontro con Palazzo Chigi passa quasi in secondo piano rispetto alla partita aperta nel centrosinistra, perché la Direzione segna il momento nel quale la segretaria smette di limitarsi a custodire l’unità del campo largo e rivendica apertamente la possibilità di guidarlo. Conte ha accettato la sfida e ha indicato nelle primarie lo strumento per decidere chi avrà la leadership; prima dei gazebo, tuttavia, resta da capire su quale programma gli elettori saranno eventualmente chiamati a scegliere, perché Ucraina e politica estera, rapporto con Renzi, ruolo di Avs, peso delle singole forze, spazio dei riformisti e nuovo fermento centrista rimangono questioni ancora aperte.
Il centrosinistra sembra dunque avere trovato il metodo con cui scegliere il proprio leader prima ancora di avere definito completamente la coalizione che quel leader dovrebbe guidare. Ed è questo, più dello scambio di battute tra Schlein e Conte, il vero nodo politico che si apre sulla strada verso le prossime elezioni.