Separazione carriere, Gentile (Forza Italia): «Questa riforma non indebolisce la magistratura, ma la rafforza»
Il deputato, che è anche docente di Diritto Penale, spiega le ragioni del Sì parlando dell’effettiva realizzazione del concetto di giusto processo con giudici realmente terzi, pm pienamente autonomi, meno correnti e più merito
Il 22 marzo gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sulla riforma del Governo relativa alla separazione delle carriere dei magistrati. La campagna elettorale è entrata nel vivo fra i due fronti contrapposti, non senza polemiche. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Andrea Gentile, deputato di Forza Italia.
Onorevole Gentile, i sostenitori del No parlano del rischio di un condizionamento dei giudici da parte dell’esecutivo. È un pericolo reale?
«No, ed è bene dirlo con estrema chiarezza. La riforma non introduce alcuna forma di controllo politico sulla magistratura. L’articolo 104 della Costituzione resta immutato nella sua essenza: la magistratura continua a essere un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. La separazione delle carriere non indebolisce i giudici, al contrario ne rafforza la terzietà. Il giudice smette di appartenere alla stessa “famiglia professionale” di una delle parti del processo, il pubblico ministero, e diventa finalmente un arbitro pienamente terzo, come previsto dall’articolo 111 della Costituzione. Parlare di condizionamento dell’esecutivo significa ignorare il testo della riforma e la sua architettura di garanzie».
A rischio la commessa Acapo di Crotone, Alecci (Pd) chiede più impegno: «Salvare lavoro e competenze»Un’altra critica riguarda il ruolo del pm: oggi può chiedere anche l’archiviazione dell’imputato. Con la separazione delle carriere potrebbe diventare più orientato alla condanna?
«Anche questa è una boutade. La riforma non modifica le funzioni del pubblico ministero né i suoi obblighi. L’azione penale resta obbligatoria e il dovere di svolgere accertamenti anche a favore dell’indagato rimane intatto. Ciò che cambia è la chiarezza dei ruoli. Il pm resta parte processuale, come accade in tutti i sistemi accusatori maturi. Separare le carriere non significa “indurire” il pm, ma rendere più credibile l’intero processo, affinché il giudice non subisca più, neppure indirettamente, condizionamenti legati a valutazioni di carriera o a dinamiche correntizie».
I cittadini quanto sono realmente interessati a questo referendum?
«Molto più di quanto si creda. Quando si esce dal linguaggio tecnico e si guardano i dati, il tema diventa immediatamente comprensibile. Prendiamo ad esempio le valutazioni di professionalità dei magistrati: negli ultimi anni oltre il 99% dei giudizi è risultato positivo. Nel 2023, su 2.210 valutazioni, il 99,4% è stato positivo; nel 2024 il 98,85%; nel 2025 il 98,69%. Percentuali che descrivono una magistratura formalmente perfetta, ma che non corrispondono alla percezione dei cittadini né tantomeno alla realtà dei ritardi, degli errori e delle inefficienze. Questo scollamento alimenta sfiducia. La riforma interviene proprio qui: meno automatismi, più merito, più responsabilità».
Da giurista e docente universitario in diritto penale, non trova singolare che per una riforma costituzionale non sia previsto il quorum?
«No, perché è esattamente ciò che la Costituzione prevede per i referendum confermativi. Non è una forzatura, ma una garanzia: si chiede ai cittadini di confermare o respingere una riforma già approvata dal Parlamento. Decide chi vota. È una scelta di trasparenza democratica, non un’anomalia».
C’è chi parla di vulnus democratico per l’uso della fiducia in Parlamento…
«Qui occorre ristabilire la verità storica e politica. La riforma della giustizia è da tempo immemore un punto qualificante del programma del centrodestra, sul quale i cittadini si sono già espressi, accordando fiducia. Una battaglia storica di carattere epocale fortemente voluta dal nostro fondatore Silvio Berlusconi e portata avanti con determinazione, nel corso degli anni, dal nostro leader Antonio Tajani e da tutta Forza Italia. Inoltre non nasce affatto per caso: in Commissione Affari Costituzionali ci sono state audizioni di esperti, approfondimenti, confronti serrati tra maggioranza e opposizione, un lavoro durato circa tre anni. Peraltro, vorrei ricordare che è da circa 30 anni che si parla di riforma della giustizia, con il PD favorevole, salvo oggi cambiare idea. Ed a proposito delle osservazioni in merito a un presunto deficit di democraticità, non sarà sfuggito ai più attenti che la riforma ha trovato condivisione anche in settori dell’opposizione.
Il vero vulnus non è democratico, ma ordinamentale: l’Italia è passata dal rito inquisitorio a quello accusatorio senza completarne le conseguenze naturali, a partire dalla separazione delle carriere. Il “giusto processo” è entrato in Costituzione, ma non è stato pienamente attuato. Questa riforma colma quel vuoto e completa un percorso rimasto incompiuto».
Un capitolo centrale riguarda l’Alta Corte disciplinare. Perché è necessaria?
«Perché oggi il sistema disciplinare non funziona. I dati parlano da soli. Tra il 2020 e il 2024, nei procedimenti disciplinari le condanne sono una minoranza, mentre prevalgono assoluzioni e archiviazioni. Ancora più eloquenti sono i numeri sulle ingiuste detenzioni: migliaia di casi risarciti dallo Stato e una percentuale irrisoria di sanzioni effettive ai magistrati responsabili. L’Alta Corte nasce per occuparsi solo di disciplina, sottraendo questa funzione alle logiche correntizie. Non è una clava contro la magistratura, ma uno strumento di credibilità. Chi sbaglia deve rispondere, come accade in ogni ordinamento serio».
La riforma introduce anche il sorteggio per i componenti dei Csm. Non è un rischio?
«È una scelta di trasparenza. Il sistema elettivo ha dimostrato di non riuscire a ridimensionare il potere delle correnti. Il sorteggio, già utilizzato in ambiti delicatissimi dello Stato, spezza il legame tra eletto e corrente e restituisce autonomia al consigliere. Favorisce il merito, tutela i magistrati più capaci e rafforza la fiducia dei cittadini».
Guardando avanti: la premier punta ora alla riforma elettorale. Lei che idea si è fatto?
«Credo che la stabilità sia un valore democratico, non un difetto. Le riforme istituzionali devono servire a rendere il sistema più chiaro e governabile, senza rinnegare il pluralismo. L’esperienza insegna prudenza, ma anche coraggio. La giustizia, come il sistema elettorale, ha bisogno di regole coerenti, non di compromessi al ribasso».
In sintesi, perché votare Sì?
«Per completare un percorso costituzionale rimasto a metà. Per dare attuazione piena al giusto processo. Per avere giudici realmente terzi, pm pienamente autonomi, meno correnti e più merito. Questa riforma non indebolisce la magistratura: la rafforza. E rafforzare la giustizia significa rafforzare lo Stato di diritto».