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02/02/2026 ore 11.26
Politica

Silvia Salis torna in scena: la dieta mediatica è finita e attorno a lei si muove già mezza Roma politica

Riparte a pieno ritmo, tra tv, relazioni e un’ambizione che non fa più finta di stare seduta. Ma è dietro le quinte che si capisce il senso del momento: c’è chi la immagina frontwoman di una gamba centrista, chi la osserva come carta futura tra Elly Schlein e Giuseppe Conte

di Luca Arnaù

È tornata. E quando torna una che sa stare in scena, lo capisci in dieci secondi: ritmo, tempi, postura, il controllo di chi ha studiato e di chi, soprattutto, si è già misurata con la pressione vera. Dopo un periodo di dieta mediatica, Silvia Salis ha ricominciato a girare come una trottola, e non solo in tv. Lì, va detto, funziona: ha imparato i tempi, sa dove mettere le pause, e si vede che dietro non c’è improvvisazione. Non è un mistero che sia tosta, ambiziosa, competitiva come quando lanciava il martello alle Olimpiadi. E, dettaglio non secondario, è molto consapevole di essere diventata un personaggio. Non nel senso della vanità, nel senso della consapevolezza del “peso”: quello che dici resta, quello che fai viene letto.

La scena, per capirci, è da Roma politica d’antan: Direzione Eur, Sala delle Colonne, classicone. Qui si svolge la Convention di una cosa che si chiama “Primavera”, nome che negli anni Cinquanta era stato perfino una corrente di Giulio Andreotti, e che oggi è un movimento riconducibile a Vincenzo Spadafora. Figura da relazioni e incarichi, con un curriculum fatto di corridoi, telefonate, geometrie: dai tempi in cui era capo segreteria di Francesco Rutelli alla Cultura fino alla stagione d’oro con Luigi Di Maio, quando gli cucì addosso un abito istituzionale che prevedeva Washington, Londra, Cernobbio e tanta Roma. Uno che queste cose le capisce prima degli altri, e infatti si muove di conseguenza.

Salis apre. Dice di “sentirsi a casa”: primo appunto sul taccuino. Il discorso, a voler essere sinceri, non è memorabile per contenuti o emozione, però come presenza regge. Non sbaglia una nota d’intonazione, non si fa trascinare, non si consegna. E poi fa la cosa più significativa: va via. È un gesto che, in questi ambienti, vale quanto un intervento. Non restare troppo, non farti fotografare in ogni angolo, non diventare parte della scenografia. Entrare, segnare, uscire.

Nel frattempo la politica romana, quando sente odore di “figura spendibile”, fa il suo mestiere: si avvicina, accarezza, proietta. C’è la kermesse napoletana del Pd con gli amministratori, con quel dibattito che scivola spesso nel rito: aspiranti petali di una nuova Margherita, nostalgia travestita da progetto, wishful thinking. Perché la Margherita, quella vera, aveva dentro i Popolari, l’Asinello di Romano Prodi, Rutelli che aveva trasformato Roma: non era un’etichetta, era un pezzo di storia politica. Qui invece si rischia la riproduzione in scala: più scenografia che architettura.

E però, come sempre, è il retropalco a essere più interessante del palco. Lì succede che Alessandro Onorato, assessore romano che piace molto a Goffredo Bettini, si mette a fare il bastian contrario con gli altri: Maria Elena Boschi, Beppe Sala, Ernesto Maria Ruffini, che qualche tempo fa era stato frettolosamente promosso a “nuovo Prodi”, titolo durato quanto un titolo in borsa in una giornata sbagliata.

In mezzo a questo teatro, circola un’idea: Salis come frontwoman di una gamba di centro. L’immagine che supplisce alla fragilità del resto, l’atleta trasformata in simbolo, la figura che “tiene” in tv e quindi può tenere anche altrove. Matteo Renzi, si dice, la vede così. E gli astanti pure. È una logica semplice, quasi brutale: se ti riconoscono, esisti. E se esisti, ti chiedono di rappresentare qualcosa, anche prima che tu abbia deciso cosa rappresentare davvero.

Lei, nel racconto che mi hai dato, nicchia. Pensa più in grande, ma dissimula. E intanto, dopo un periodo di freddezza competitiva, ha ricominciato a sentirsi spesso con Elly Schlein. Un teatro di complimenti reciproci, “come sei brava” da entrambe le parti, con il sottofondo inevitabile del sospetto: perché in politica la stima è rara, ma la prudenza è obbligatoria.

C’è poi la regia, che qui non è solo una metafora: suo marito è Fausto Brizzi, uno che di sceneggiature se ne intende. E nel taccuino affiora l’idea più ambiziosa: un film che porta Salis a Palazzo Chigi, senza passare dalle stazioni intermedie. La Margherita? Troppo piccola. Le primarie? Un inciampo, un rischio, una complicazione che può bruciarti l’immagine prima ancora che tu abbia costruito la struttura. E poi c’è un dettaglio pratico che pesa come un macigno: come lo spieghi ai genovesi che il ruolo per cui ti hanno votata non ti basta dopo pochi mesi?

Qui si inserisce il gioco più classico e più cinico: la fantasia della “carta da giocare” tra due litiganti. Nel racconto, Salis immagina (o spera) che tra Giuseppe Conte e Schlein, prima o poi, qualcuno cerchi una figura terza. Se c’è chi ha fantasticato su Gaetano Manfredi come Papa straniero gradito a Conte, perché non fantasticare su una “Papessa” più gradita ai riformisti? È un ragionamento da politica-spettacolo, e infatti la sensazione, a tratti, è quella di un reality: destini personali, aspirazioni che cercano un progetto, gradimento al televoto, e il cronista che prende appunti perché, piaccia o no, la materia è questa.

E poi torna Spadafora, che nel taccuino viene descritto come una sorta di “Gianni Letta” della Salis: uno che si muove, cuce, accompagna, parla con tutti. Periodicamente va a trovare Dario Franceschini nel suo garage all’Esquilino trasformato in ufficio, con quell’Italia che non riesce a rinunciare alla sua scenografia: l’insegna fuori rimasta, uno entrato a chiedere di pagare il bollo auto. Dentro, invece, il dialogo vero. E la frase del “vecchio marpione democristiano” che suona come una diagnosi: “Figuriamoci se la indicano come candidato premier, meglio se organizza i moderati”. Solo che poi lo stesso marpione registra un altro movimento: dentro il Pd, almeno in una parte, cresce lo scetticismo su Schlein. E quando cresce lo scetticismo, cresce anche il mercato delle alternative.

A quel punto il taccuino si chiude con una possibilità che non è una morale e non è una sentenza: magari alla fine Salis resterà a fare il sindaco di Genova. Magari dimostrerà prima di essere anche un bravo sindaco, politicamente. Oppure no. Ma una cosa è chiara già adesso: attorno a lei non si muove più solo curiosità. Si muove un pezzo di Roma che fiuta la figura spendibile e, come sempre, prova a scrivere il copione prima ancora che l’attrice decida se salirci davvero.

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