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28/04/2026 ore 06.15
Politica

Stati Uniti d’Europa, Princi: «Non uno slogan, ma una direzione politica. Calabria centrale nel Mediterraneo»

L’eurodeputata evidenzia gli ostacoli interni invita a un cambio di mentalità: «L’Europa sarà davvero più vicina ai cittadini se saprà ascoltare e valorizzare i territori»

di L.F.

Il dibattito sugli “Stati Uniti d’Europa” torna al centro della discussione politica, ma resta aperta una domanda fondamentale: è una prospettiva realizzabile o un’utopia? Con l’europarlamentare Giusi Princi approfondiamo i passaggi concreti necessari per avvicinare questo traguardo.

«Parlare di “Stati Uniti d’Europa” significa interrogarsi su quale ruolo vogliamo che l’Europa abbia nel mondo. Non lo considererei uno slogan né un obiettivo da raggiungere in modo automatico. È piuttosto una direzione politica: quella di un’Unione capace non solo di cooperare sul piano economico, ma anche di decidere insieme quando sono in gioco sicurezza, politica estera, energia, industria e grandi interessi strategici.

Oggi il contesto internazionale ci obbliga a ragionare in questi termini. L’Europa non vive più in una stagione di stabilità garantita. La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto armato ai confini dell’Unione; le crisi in Medio Oriente incidono sulla sicurezza globale, sull’energia e sulle rotte commerciali; la competizione con grandi attori come la Cina e l’India, e il rafforzamento di aree economiche integrate come il Mercosur, dimostrano che il mondo si sta riorganizzando attorno a grandi poli di influenza politica, produttiva e commerciale».

In questo scenario, nessuno Stato europeo, da solo, può incidere davvero sugli equilibri globali.
«Per questo, più che discutere soltanto della formula “Stati Uniti d’Europa”, dovremmo concentrarci sui passi concreti: una politica estera più unitaria, una difesa europea più coordinata, una maggiore autonomia energetica e tecnologica, investimenti comuni nei settori strategici e istituzioni capaci di prendere decisioni con maggiore rapidità.

L’Europa federale, se mai ci arriveremo, non nascerà da una dichiarazione di principio, ma dalla capacità degli Stati membri di riconoscere che molte sfide non sono più solo nazionali. Sicurezza, migrazioni, energia, competitività e transizione digitale richiedono una risposta europea. In questo senso, gli “Stati Uniti d’Europa” sono una prospettiva che dipende dal coraggio politico con cui sapremo costruire un’Unione più forte, più coesa e più capace di agire».

Le divisioni interne tra i Paesi membri continuano a frenare il processo di integrazione: quali sono oggi gli ostacoli principali e come si possono superare?
«Le divisioni interne esistono e non vanno negate. L’Unione europea è composta da Stati con storie, interessi economici, sensibilità politiche e priorità diverse. Questa pluralità è una ricchezza, ma può diventare un limite quando impedisce all’Europa di parlare con una sola voce nei momenti decisivi.

Gli ostacoli principali riguardano soprattutto tre ambiti. Il primo è la politica estera: troppo spesso gli Stati membri reagiscono alle crisi internazionali partendo da interessi nazionali immediati, anziché da una visione europea condivisa. Il secondo è la difesa: l’Europa ha ancora strumenti frammentati e una forte dipendenza da alleanze esterne. Il terzo è la governance economica: regole comuni, bilanci nazionali e investimenti strategici devono trovare un equilibrio più efficace.

Superare questi ostacoli non significa cancellare le identità nazionali. Significa capire che, in un mondo dominato da grandi potenze, l’interesse nazionale può essere difeso meglio attraverso una dimensione europea. Un Paese europeo da solo pesa poco; l’Unione, se coesa, può invece diventare un attore globale.

Serve quindi un cambio di mentalità: meno logica del veto, più responsabilità condivisa; meno competizione tra Stati membri, più capacità di costruire posizioni comuni; meno Europa percepita come vincolo, più Europa intesa come strumento di protezione e forza. La coesione non nasce dall’uniformità, ma dalla consapevolezza che alcune sfide sono troppo grandi per essere affrontate separatamente».

Alla luce dei conflitti in corso, l’Europa può davvero diventare un modello di pace e stabilità nel mondo? In che modo potrebbe esercitare questa funzione?
«L’Europa nasce come progetto di pace. Dopo la Seconda guerra mondiale, Paesi che si erano combattuti per secoli hanno scelto di legare i propri destini attraverso la cooperazione economica, politica e istituzionale. Questo è il cuore più profondo del progetto europeo: trasformare il conflitto in dialogo e la rivalità in responsabilità comune.

Oggi, però, parlare di pace non basta. Bisogna chiedersi come si difende la pace in uno scenario di crisi. Abbiamo due grandi fronti di instabilità che tengono sotto pressione l’Europa e gli equilibri internazionali: la guerra in Ucraina, che riguarda direttamente la sicurezza del continente, e la crisi in Medio Oriente, dentro cui la questione iraniana rappresenta un elemento particolarmente delicato. Lo stesso Consiglio europeo ha richiamato proprio il rischio che gli sviluppi in Iran e nella regione possano minacciare la sicurezza regionale e globale, chiedendo de-escalation, protezione dei civili e rispetto del diritto internazionale».

Questo significa che l’Iran non è un tema lontano o solo diplomatico.
«Per l’Europa riguarda la sicurezza, l’energia, le infrastrutture, le rotte commerciali e la stabilità del Mediterraneo allargato. In un mondo interconnesso, una crisi regionale può produrre conseguenze immediate sui prezzi, sugli approvvigionamenti, sulle migrazioni, sulla sicurezza dei cittadini e sulla capacità degli Stati di programmare il proprio futuro.

In questo quadro si inserisce anche la questione economica. Per esempio, il Patto di stabilità e crescita non è un tema tecnico riservato agli addetti ai lavori: riguarda la capacità degli Stati di tenere insieme conti pubblici, investimenti, crescita e protezione sociale.

Ecco perché l’Europa può essere un modello di pace solo se diventa anche un attore credibile. La pace non si costruisce con le sole dichiarazioni: richiede diplomazia, capacità di mediazione, strumenti economici, autonomia energetica, difesa comune e una politica estera coerente. L’Unione deve poter prevenire le crisi, non solo reagire quando sono già esplose.

Il messaggio è chiaro: se l’Europa vuole essere un punto di riferimento per la stabilità globale, deve essere più unita al proprio interno e più autorevole verso l’esterno. La pace, oggi, ha bisogno di valori, ma anche di forza politica, lucidità strategica e capacità di incidere».

La recente sconfitta politica di Viktor Orbán in Ungheria potrebbe segnare un cambio di fase per l’Europa: può essere l’inizio di una nuova stagione di maggiore coesione e solidarietà tra gli Stati membri?
«La recente affermazione di Péter Magyar e del partito Tisza è innanzitutto una vittoria del Partito Popolare Europeo, di cui faccio parte, che conferma una leadership importante che parte da Parlamento europeo. Poi c’è un’altra lettura. Negli ultimi anni l’Ungheria è stata spesso al centro del dibattito europeo per il rapporto complesso tra sovranità nazionale, Stato di diritto, libertà fondamentali e rispetto dei valori comuni dell’Unione.

Dopo la lunga stagione politica di Viktor Orbán, Péter può aprire una fase nuova per l’Ungheria e per i suoi rapporti con l’Europa. Secondo le ricostruzioni più recenti, Magyar si prepara ad assumere la guida del governo dopo una vittoria molto ampia e ha annunciato l’intenzione di rafforzare lo Stato di diritto e contrastare la corruzione.

Detto questo, bisogna evitare letture troppo semplicistiche. Un cambio politico nazionale non basta, da solo, a risolvere tutte le fratture interne all’Unione. Può però contribuire a creare un clima diverso, soprattutto se si traduce in un riallineamento più chiaro ai principi europei: indipendenza della magistratura, libertà di stampa, tutela delle minoranze, trasparenza amministrativa e rispetto delle regole comuni.

Il punto centrale è che l’Europa non è soltanto un mercato. È una comunità fondata su valori condivisi. Quando questi valori vengono messi in discussione in uno Stato membro, l’intera Unione ne risente. Allo stesso modo, quando in uno Stato membro si rafforza la domanda di democrazia, legalità e appartenenza europea, quel segnale riguarda tutti.

La possibile nuova fase ungherese, quindi, può aiutare l’Europa a ritrovare maggiore coesione, ma solo se sarà accompagnata da scelte concrete e durature. La solidarietà tra Stati membri non nasce da un singolo risultato elettorale: nasce dal rispetto reciproco delle regole, dalla fiducia nelle istituzioni comuni e dalla consapevolezza che i valori europei non sono un dettaglio, ma la base stessa dell’Unione».

Quale ruolo possono avere i territori, e in particolare realtà come la Calabria, nel processo di costruzione di un’Europa più unita e più vicina ai cittadini?
«I territori sono il luogo in cui l’Europa diventa concreta. Spesso si parla di Unione europea come di qualcosa di distante, fatta di istituzioni, trattati e regole. Ma per i cittadini l’Europa si misura nella vita quotidiana: nelle infrastrutture, nelle scuole, nei programmi di mobilità, nei fondi per lo sviluppo, nelle opportunità per le imprese, nella tutela dell’ambiente e nella qualità dei servizi.

La Calabria, da questo punto di vista, può avere un ruolo importante. Non è una periferia dell’Europa, ma una regione collocata in uno spazio strategico: il Mediterraneo. Oggi il Mediterraneo è una delle aree più delicate del mondo, perché vi si intrecciano energia, sicurezza, migrazioni, commercio, cooperazione culturale e rapporti con il Nord Africa e il Medio Oriente.

In questa prospettiva va letto anche il Patto per il Mediterraneo, l’iniziativa dell’Unione europea pensata per rafforzare la cooperazione con i Paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo e costruire uno spazio comune più stabile, integrato e sicuro. La Commissione europea lo presenta come una partnership rafforzata per rispondere alle sfide regionali e globali dell’area mediterranea».

Per una regione come la Calabria, tutto questo cosa significa?
«Significa possibilità di assumere una funzione di ponte: tra Europa e Mediterraneo, tra sviluppo locale e cooperazione internazionale, tra infrastrutture materiali e relazioni culturali. Porti, logistica, energia, università, formazione, turismo sostenibile e dialogo interculturale possono diventare pezzi di una strategia europea più ampia.

Ma c’è anche un altro aspetto: l’Europa sarà davvero più vicina ai cittadini se saprà ascoltare e valorizzare i territori. Non basta decidere dall’alto; bisogna costruire politiche europee che parlino ai bisogni reali delle comunità. La Calabria può contribuire a questa Europa se viene messa nelle condizioni di non essere solo destinataria di fondi, ma protagonista di una visione mediterranea, europea e internazionale».

L’Europa è spesso percepita come distante dai cittadini: cosa dovrebbe cambiare per rafforzare il senso di appartenenza europea, soprattutto tra i giovani?
«La distanza tra Europa e cittadini nasce spesso da un problema di linguaggio e di percezione. L’Unione europea incide già moltissimo sulla vita quotidiana, ma non sempre riesce a raccontarlo in modo chiaro. Molti giovani conoscono l’Europa attraverso sigle, procedure e istituzioni, ma meno attraverso le opportunità concrete che essa offre.

Per rafforzare il senso di appartenenza bisogna partire da qui: rendere l’Europa più comprensibile, più accessibile e più vissuta. Un giovane si sente europeo non perché legge un trattato, ma perché può studiare in un altro Paese, partecipare a un progetto Erasmus, confrontarsi con coetanei di culture diverse, accedere a percorsi di formazione, sentirsi tutelato nei propri diritti e immaginare il proprio futuro dentro uno spazio più grande del confine nazionale.

L’appartenenza europea, quindi, non si impone: si costruisce. E si costruisce soprattutto nella scuola, nell’università, nelle associazioni, nei territori, nei luoghi in cui i giovani formano la propria coscienza civica.

È anche per questo che iniziative come “Europa in Classe” hanno un valore particolare. Portare l’Europa nelle scuole significa spiegare ai ragazzi non solo come funzionano le istituzioni europee, ma perché quelle istituzioni riguardano la loro vita: lo studio, il lavoro, l’ambiente, la mobilità, i diritti, la pace, la cittadinanza.

Dobbiamo passare da un’Europa raccontata come insieme di vincoli a un’Europa percepita come comunità di opportunità e responsabilità. I giovani non hanno bisogno di retorica, ma di strumenti per capire, partecipare e sentirsi parte di un progetto comune. Il senso di appartenenza nasce quando l’Europa smette di essere lontana e diventa esperienza concreta».

In questo scenario globale instabile, quale dovrebbe essere, secondo lei, la priorità politica dell’Unione europea nei prossimi anni per costruire un futuro più sicuro e condiviso?
«La priorità politica dell’Unione europea dovrebbe essere costruire una vera capacità di azione comune. Questo significa che l’Europa deve diventare più capace di decidere, investire, proteggere e incidere nello scenario internazionale.

Il mondo è cambiato profondamente. Non siamo più in una fase in cui la stabilità può essere data per acquisita. Guerre, crisi energetiche, competizione tecnologica, instabilità nel Mediterraneo, nuove rotte commerciali e rivalità tra grandi potenze impongono all’Europa di rafforzare la propria autonomia strategica. Autonomia strategica non vuol dire isolamento, ma capacità di scegliere e di agire senza dipendere eccessivamente da altri attori globali.

La sicurezza, nei prossimi anni, dovrà essere intesa in modo ampio. Non riguarda solo la difesa militare, ma anche l’energia, il digitale, le infrastrutture, l’industria, la cybersicurezza, la tenuta sociale e la capacità economica degli Stati. Un’Europa sicura è un’Europa che protegge i cittadini, sostiene le imprese, investe nell’innovazione e non resta paralizzata davanti alle crisi.

In questa prospettiva, sarà fondamentale rafforzare anche le relazioni con aree del mondo sempre più rilevanti. Penso, per esempio, all’Asia Centrale, una regione che sta assumendo un peso crescente negli equilibri geopolitici, energetici e commerciali. Da Presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Asia Centrale posso confermare quanto Paesi come Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, insieme alla Mongolia, rappresentano interlocutori importanti per diversificare partenariati, rafforzare la cooperazione economica e costruire nuove connessioni tra Europa e Asia.

La vera sfida è passare da un’Europa che reagisce a un’Europa che anticipa. Per farlo servono unità politica, visione internazionale e strumenti comuni. Solo così l’Unione potrà garantire un futuro più sicuro, più stabile e più condiviso, non soltanto per i propri cittadini, ma anche per il ruolo che vuole esercitare nel mondo».