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25/04/2026 ore 20.30
Politica

Vannacci e la Liberazione ridotta a “tiritera”: le dichiarazioni che minimizzano il ruolo del movimento partigiano

Il commento del generale riapre il dibattito sul valore storico e civile del 25 aprile, tra interpretazioni riduttive e la complessità della memoria resistenziale, che non può essere compressa in una lettura semplificata degli eventi e dei loro protagonisti

di Mario Saccomanno
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Roberto Vannacci, in un’intervista all’Adnkronos, ha descritto il 25 aprile come una ricorrenza a cui non intende partecipare. Alla domanda su cosa farà, ha risposto: «Il 25 aprile festeggio San Marco, patrono della città che ha dato vita alla Repubblica più longeva della penisola italica. Se invece si riferiva alla Festa della Liberazione, mi dispiace deluderla: no, non la festeggerò», aggiungendo che dedicherà la giornata ad attività private, tra cui la famiglia e lavori domestici.

Al di là del tono volutamente disinvolto, il punto non è la scelta individuale (legittima) di non partecipare a una ricorrenza civile, ma il significato che viene attribuito pubblicamente a quella scelta: la riduzione di un passaggio fondativo della storia repubblicana a ritualità vuota.

Sostenere che l’antifascismo sia un rito stantio non equivale semplicemente a esprimere una posizione critica, ma implica una precisa lettura storica. Nell’intervista, Vannacci parla infatti di «solite tiritere sull’antifascismo», sostenendo che il fascismo sarebbe un fenomeno ormai concluso. È una tesi discutibile, perché ignora il fatto che la nascita dell’Italia repubblicana non deriva da un processo lineare o esclusivamente diplomatico, ma anche da una rottura radicale con il regime precedente, maturata in un contesto di conflitto interno e internazionale.

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In questo quadro, l’affermazione secondo cui gran parte dei partigiani avrebbe aspirato a una dittatura comunista sul modello staliniano compare in forma esplicita quando Vannacci sostiene che «la maggior parte di loro aspirava a un’Italia soggiogata da una dittatura comunista». Una simile tesi appare come una generalizzazione difficilmente sostenibile. Il Comitato di Liberazione Nazionale riuniva forze eterogenee, unite da un obiettivo comune: porre fine al fascismo e all’occupazione nazista. È tuttavia storicamente documentato che una componente rilevante della Resistenza fosse legata al Partito Comunista Italiano e che emergessero anche tensioni e aspettative di trasformazione sociale radicale; elementi che non autorizzano però a estendere tali posizioni all’intero movimento resistenziale. Le differenze ideologiche erano reali e spesso profonde, ma non cancellano il carattere plurale del movimento resistenziale.

Allo stesso modo, Vannacci afferma che «l’Italia è stata invece liberata dagli Alleati», cogliendo solo una parte del quadro. Ridurre la Liberazione a un intervento esterno significa trascurare il contributo delle formazioni partigiane, che in diverse aree anticiparono o affiancarono l’avanzata alleata. Episodi come la resa del generale tedesco Günther Meinhold al comandante partigiano Remo Scappini a Genova il 25 aprile 1945 testimoniano la capacità delle forze insurrezionali di incidere concretamente sugli eventi, pur all’interno di un contesto militare più ampio dominato dagli eserciti regolari.

Analogamente, in alcune realtà industriali, gruppi partigiani e operai contribuirono a limitare distruzioni e sabotaggi durante la ritirata tedesca, come attestato da numerose ricostruzioni locali e studi sul ruolo delle insurrezioni urbane, con esiti variabili e non sempre coordinati, ma comunque rilevanti nel quadro complessivo.

Più problematica è la proposta di una memoria riconciliata formulata da Vannacci, che invita a «onorare tutti i caduti, al di là delle divise, di chi era partigiano o repubblichino, di chi era da una parte o dall’altra». Il rispetto umano per la morte non implica automaticamente un’equivalenza storica e morale tra le parti in conflitto. Una distinzione, riconosciuta da larga parte della storiografia, separa infatti il piano della pietas individuale da quello del giudizio storico e politico, nel quale i militari della Repubblica Sociale Italiana combatterono per la sopravvivenza di un regime, mentre i partigiani agirono (con tutte le differenze interne) per rovesciarlo. Distinguere tra questi due piani non significa negare la complessità della guerra civile, ma evitare una semplificazione che finisce per appiattire le responsabilità storiche.

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Rivendicare una distanza dalle celebrazioni può essere una scelta individuale. Tuttavia, quando questa distanza si accompagna a una svalutazione sistematica della Liberazione, il discorso si sposta dal piano personale a quello pubblico e politico. In questo senso, il richiamo al fatto che il fascismo sia concluso da decenni rischia di essere più descrittivo che interpretativo: la fine di un regime non coincide automaticamente con la scomparsa delle categorie culturali e retoriche che lo hanno sostenuto.

Come osservava Umberto Eco, nel suo concetto di “Ur-Fascismo”, alcune strutture mentali e narrative possono riemergere in forme diverse, anche in contesti formalmente differenti. Non si tratta di stabilire equivalenze semplicistiche tra passato e presente, ma di riconoscere che il modo in cui si racconta la storia incide sul modo in cui una società interpreta se stessa.

Ridurre il 25 aprile a una ritualità superata non è soltanto una provocazione: è una scelta interpretativa. Come tale, merita di essere discussa nel merito, distinguendo tra opinioni legittime e ricostruzioni storiche che, per essere credibili, devono reggere a un esame ben più rigoroso.