Vannacci, il Generale che voleva conquistare l'Italia e ha smarrito la bussola a Reggio Calabria
Sognava di trasformare Reggio Calabria nella roccaforte dell'espansionismo vannacciano, ma le urne hanno premiato Cannizzaro e Occhiuto, consegnando a Futuro Nazionale un risultato lontano dalle ambizioni di conquista. Dopo la battaglia perduta, anche i sondaggi hanno cominciato a suonare la ritirata
Sognavano la Sassonia, annunciavano la conquista, pregustavano la capitolazione degli avversari. Reggio Calabria avrebbe dovuto diventare la capitale designata dell'espansionismo vannacciano, il luogo della consacrazione, la testa di ponte dalla quale muovere alla conquista del centrodestra italiano. Avevano già dispiegato le bandiere, lucidato le mostrine e preparato i proclami, convinti che bastasse evocare un Generale per trasformare una competizione elettorale in una marcia trionfale. Ma la storia, soprattutto quando incontra le urne, riserva talvolta ai condottieri improvvisati il destino più crudele: quello di essere sconfitti prima ancora di aver compreso dove si trovasse il campo di battaglia.
Roberto Vannacci, il militare prestato alla politica che immaginava di ridisegnare i confini della destra italiana, ha trovato sulle rive dello Stretto non la terra promessa della propria espansione, ma il primo, clamoroso ostacolo alla narrazione della sua irresistibile avanzata. Galoppava idealmente su sterminate praterie elettorali, persuaso di poter impartire ordini, distribuire ultimatum e pretendere un posto al tavolo dei comandanti; si è ritrovato disarcionato da un cavalluccio politico che, sotto il peso delle ambizioni del cavaliere, ha ceduto proprio davanti alla prova dei consensi. Il Generale che voleva mettere sull'attenti il centrodestra è stato richiamato all'ordine dagli elettori. Senza appello, senza saluti militari e senza onore delle armi.
La battaglia dello Stretto e i galloni strappati
A infliggere la sconfitta politica al disegno vannacciano sono stati innanzitutto Francesco Cannizzaro, sindaco di Reggio Calabria e segretario regionale di Forza Italia, e Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e vicesegretario nazionale degli azzurri. Due protagonisti che, anziché lasciarsi impressionare dalle fanfare dell'aspirante conquistatore, hanno risposto con l'unico linguaggio che in democrazia attribuisce davvero i gradi: quello delle urne.
Le elezioni suppletive del 27 e 28 settembre hanno consegnato al candidato del centrodestra, Fabio Roscioli, il 51,02% dei voti, mentre Domenico Giannetta, già capogruppo regionale di Forza Italia e poi candidato di Futuro Nazionale, si è fermato al 10,94%. Un risultato a due cifre, certamente non trascurabile per una formazione nuova, ma insufficiente a scalfire la supremazia della coalizione e, soprattutto, sideralmente distante dalla promessa di trasformare Reggio nella Sassonia italiana.
Oltre quaranta punti percentuali di distanza tra il vincitore e il candidato vannacciano: un abisso che nessun proclama può trasformare in un ponte verso la vittoria. Cannizzaro e Occhiuto hanno conquistato il seggio, Vannacci ha dovuto accontentarsi di contemplare le proprie insegne rimaste sul campo, mentre il suo esercito politico tentava di spacciare per avanzata strategica quella che, rispetto agli obiettivi annunciati, appariva soprattutto come una ritirata.
La retorica della conquista si è infranta contro la realtà di un territorio che non si lascia annettere per decreto, di un elettorato che non riconosce automaticamente i galloni e di una competizione nella quale il radicamento politico conta assai più della notorietà mediatica. A Reggio Calabria non è stato sconfitto soltanto un candidato: è stata ridimensionata la pretesa di un Generale di poter trasformare il proprio seguito personale in un esercito elettorale capace di piegare gli alleati e intimidire gli avversari.
Dopo la disfatta, la ritirata nei sondaggi
La vicenda avrebbe potuto esaurirsi in una battaglia locale, consegnata agli archivi delle suppletive e alle schermaglie interne alla destra, se nelle settimane successive non fosse emerso un secondo elemento, politicamente ancora più insidioso per le ambizioni del Generale. La Supermedia AGI/YouTrend ha registrato una progressiva flessione di Futuro Nazionale, passato dal 7,8% del 24 settembre al 7,7% del primo ottobre, quindi al 7,6% dell'8 ottobre, al 7,2% del 15 e infine al 6,8% del 22 ottobre. Un punto percentuale perduto in meno di un mese, cinque aggiornamenti settimanali della Supermedia a disegnare una parabola discendente che contrasta vistosamente con la rappresentazione di una forza destinata a crescere senza incontrare resistenza.
Non sarebbe corretto attribuire automaticamente al voto reggino l'intera flessione nazionale, perché le dinamiche demoscopiche rispondono a fattori molteplici e assai più complessi. Ma la coincidenza politica è eloquente: mentre a Reggio Calabria il Generale perdeva la battaglia della credibilità territoriale, sul piano nazionale la sua formazione cominciava a perdere quota. Il fenomeno che sembrava destinato a dilagare incontra così una prima, concreta contraddizione tra la potenza della rappresentazione e la consistenza del consenso.
Ed è precisamente qui che la vicenda assume una dimensione più ampia. Perché il problema di Vannacci non è aver raccolto meno voti di Roscioli, né essersi fermato sotto l'11% in una consultazione locale caratterizzata, peraltro, da un'affluenza del 22,34%. Il problema è aver alimentato aspettative di conquista tali da trasformare un risultato che, in altre circostanze, avrebbe potuto essere rivendicato come incoraggiante nell'emblema di un'ambizione rimasta senza coronamento. Quando si annuncia la presa della fortezza, conquistare soltanto un avamposto non basta per proclamarsi vincitori.
Cannizzaro e Occhiuto, la lezione che arriva fino a Roma
Il significato politico della battaglia dello Stretto travalica i confini della Calabria e investe direttamente gli equilibri del centrodestra nazionale. Cannizzaro e Occhiuto hanno dimostrato che si può vincere senza Vannacci e, soprattutto, contro Vannacci, sottraendo alla sua narrazione l'argomento più prezioso: l'idea che il Generale sia diventato indispensabile per conquistare voti e determinare le maggioranze.
Non è una sentenza definitiva sul futuro di Futuro Nazionale, ma è una lezione che pesa. Perché il potere negoziale di una formazione politica non si misura attraverso il volume dei proclami, l'aggressività delle dichiarazioni o l'entusiasmo delle proprie truppe digitali, bensì attraverso la capacità di tradurre il consenso potenziale in voti, rappresentanza e influenza effettiva. E quando quella capacità viene messa alla prova, la differenza tra un condottiero e un figurante della propria leggenda diventa improvvisamente visibile.
La Sassonia promessa si è trasformata in un miraggio, la marcia trionfale in una ritirata ordinata dai numeri, l'armata invincibile in una compagnia costretta a interrogarsi sulla propria consistenza. Il Generale che sognava di ridisegnare la geografia politica italiana ha scoperto che le mappe elettorali non si conquistano con la fantasia e che le roccaforti non cadono al semplice apparire di una divisa.
Resta, naturalmente, tutto il tempo per recuperare terreno, riorganizzare le truppe e tentare nuove campagne. Ma la prima grande contraddizione della parabola vannacciana è ormai scritta: chi pretendeva di impartire lezioni di forza al centrodestra ha ricevuto, proprio da una sua roccaforte, una lezione di proporzioni elettorali.
Vannacci voleva conquistare l'Italia partendo da Reggio Calabria. Ha smarrito la bussola sullo Stretto, lasciato i galloni sul campo e imboccato, almeno nei sondaggi, la strada della ritirata.
Sognava la Sassonia. Ha trovato Cannizzaro e Occhiuto. Preparava la conquista. Gli elettori gli hanno consegnato la cartolina della disfatta.
E mentre il Generale continua a scrutare l'orizzonte in cerca di nuovi territori, la politica gli presenta il conto più impietoso: voleva conquistare chilometri di potere, sta perdendo decimali di consenso.