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15/10/2026 ore 06.15
Politica

«Vannacci non ha mai amministrato neanche un condominio»: Cateno De Luca si schiera con Meloni e lancia la sfida

L’intesa con Fratelli d’Italia vale per le elezioni nazionali, non per la Sicilia, dove De Luca vuole ancora correre per la presidenza. «Faremo vincere il centrodestra rendendo ininfluente Futuro nazionale», dice, mentre liquida il Campo largo con una stoccata: «Hanno bisogno di un Tso collettivo»

di Riccardo Montanaro

Per Paolo Mieli «Cateno De Luca è il nuovo (Vincenzo, ndr) De Luca della politica italiana. Andrà in appoggio al centrodestra alle prossime elezioni, può essere decisivo per non imbarcare Vannacci».

Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord e sindaco di Taormina, ha stretto un accordo con Fratelli d’Italia per le elezioni politiche del 2027, rivendicando però autonomia in Sicilia. In questa intervista spiega le ragioni della scelta, il rapporto con Giorgia Meloni e le sue ambizioni regionali, e attacca il Campo largo e Roberto Vannacci. Le dichiarazioni sull’intesa nazionale e sulla libertà di scelta in Sicilia sono coerenti con quanto De Luca ha sostenuto pubblicamente nei giorni scorsi.

Ha scelto Giorgia Meloni. Perché il centrodestra e non il Campo largo? È una scelta di convinzione politica o ci sono altre ragioni?

«Siamo un movimento civico autonomista di ispirazione sturziana, Tutti ci cercavano, ma ho scelto dove ho trovato un'apertura vera: la Presidente Meloni ha dimostrato la volontà di puntare sui territori, sui sindaci e sulle comunità locali, che hanno diritto a una rappresentanza diretta. Nel Campo largo questa attenzione non l'ho vista. Lì il problema è sempre sui nomi e mai sui contenuti, e le liti continue, anche per la Regione Siciliana, ne sono la prova. Non mi interessa avere una poltrona: mi interessa dare voce a chi ogni giorno si misura con i problemi dei cittadini».

Lei definisce Meloni una «supereroina» e annuncia un accordo con Fratelli d'Italia. Che cosa avete concordato concretamente? Quali garanzie ha ottenuto e quali impegni si è assunto?

«L'accordo vale per le elezioni politiche e guarda al 2027. Concretamente, Sud chiama Nord darà vita a una componente nel gruppo misto alla Camera, con due parlamentari messi a disposizione da Fratelli d'Italia, che affiancheranno il nostro deputato Francesco Gallo. Questo ci consente di costruire le liste con sindaci e amministratori locali, che non vogliono più subire le scelte dei parlamentari romani. Faremo una conferenza stampa alla Camera per presentare nomi e contenuti. Quanto agli impegni, io porto le battaglie dei territori e contribuisco alla vittoria della coalizione. Un'ultima cosa: la chiamo «supereroina» perché dopo trent'anni ha rotto il tabù delle preferenze, e non è poco».

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Per le elezioni politiche si allea con il centrodestra, ma in Sicilia rivendica piena autonomia e punta alla presidenza della Regione. Se Meloni dovesse sostenere un altro candidato?

«L'accordo vale in ambito nazionale, non per la Regione Siciliana, dove abbiamo mani libere. L'abbiamo chiarito fin dall'inizio, e il centrodestra lo sa. Io resto candidato alla presidenza e continuo con il progetto del «Governo di Liberazione». Siamo e restiamo all'opposizione del governo Schifani: ho persino rifiutato di fare il suo vice. Se il centrodestra schiererà un altro candidato, ne prenderemo atto. Intanto il progetto per una Sicilia civica, autonomista e progressista cammina sulle sue gambe. Certo, se emergeranno elementi per superare ciò che oggi non condividiamo del centrodestra in Sicilia, faremo una seconda tappa in comune. Ma la decisione la prenderemo noi».

Lei racconta che anche esponenti del centrosinistra hanno cercato un'intesa con Sud chiama Nord fino all'ultimo. Perché la trattativa è fallita? È stato il centrosinistra a non voler accettare le sue condizioni o è mancata una reale convergenza politica?

«Mancava la convergenza politica, e prima ancora la volontà di discutere dei contenuti. Avevamo posto una condizione preliminare a entrambe le coalizioni: i Comuni devono smettere di essere il bancomat del governo centrale. Il centrodestra l'ha accettata, il centrosinistra è rimasto muto. Evidentemente preferiscono il civismo da salotto a quello da trincea. Mi hanno cercato in tanti, da Davide Faraone al sindaco di Enna Mirello Crisafulli. Ma molti dirigenti del Campo largo hanno bisogno di un Tso collettivo: si fanno male da soli. Io sono un amministratore, ho una visione e un approccio diverso, e non faccio operazioni di area per eleggere qualche rappresentante in Parlamento».

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Lei si propone come argine a Roberto Vannacci e definisce la sua politica una caricatura. Qual è la differenza sostanziale tra il vostro progetto e quello di Futuro nazionale?

«La differenza è tra chi amministra e chi spara supercazzole. Vannacci non ha mai amministrato neanche un condominio, mentre io ho guidato cinque Comuni, compresa una città metropolitana. Noi ogni giorno ci misuriamo con una tubatura rotta e dobbiamo trovare i soldi per ripararla. Vannacci cavalca un disagio e cerca di rappresentare l'Eden, ma tutto questo ha un costo: stiamo ancora pagando i guasti del reddito di cittadinanza e del bonus 110%. Per quanto mi riguarda, Futuro nazionale è incompatibile con la nostra piattaforma. Faremo vincere il centrodestra rendendo ininfluente il suo risultato. La politica seria è sempre un argine alla politica delle caricature. Lo sfido quando e dove vuole».

Stima all'1,5% il peso nazionale di Sud chiama Nord, ma sostiene che il suo movimento possa incidere molto di più sugli equilibri elettorali. Qual è il suo obiettivo alle prossime Politiche: eleggere parlamentari, condizionare il governo o costruire una forza autonoma?

«Le tre cose non si escludono, sono un percorso. Oggi valiamo l'1,5% e puntiamo al 3%, ma non gioco per fare il miglior perdente. Questo 1,5% pesa più del doppio, perché è sottratto all'altra coalizione: già adesso, nei sondaggi, siamo decisivi per la vittoria del centrodestra. Quel voto può servire a raggiungere la soglia necessaria per il premio di maggioranza. Nel 2022, da soli, abbiamo eletto un senatore e un deputato. Ora ci strutturiamo in tutta Italia per portare avanti il nostro intento fondativo: l'autonomia a trazione meridionale. Vogliamo un bel gruppo in Parlamento, fatto di sentinelle e promotori delle loro comunità. E la forza autonoma resta l'obiettivo: i partiti che nascono da un accordo, se hanno identità, crescono».

Lei denuncia che i Comuni sono costretti a fare da «bancomat del governo centrale» e rivendica un civismo lontano dai salotti della politica. Quali proposte concrete porterà al tavolo del centrodestra?

«Il governo vuole invertire il rapporto tra politica romanocentrica e palazzi comunali, e noi gli daremo gli strumenti. La prima battaglia è smettere di usare i municipi come bancomat: il fondo delle autonomie locali viene ridotto ogni anno, sia a livello regionale che nazionale, e va rafforzato per garantire servizi ai cittadini. Poi la rappresentanza diretta di sindaci e amministratori nelle liste e in Parlamento. Stiamo dialogando con il movimento dei Sindaci d'Italia, nato ad Assisi, che conta oltre 100 amministratori».

E come dimostrerà che l'accordo con Meloni non comporterà una rinuncia alla sua autonomia?

«Con i fatti, come ho sempre fatto. In quarant'anni di politica non mi sono mai fatto snaturare, e la nostra identità sarà valorizzata. L'accordo è chiaro e circoscritto: vale per le Politiche, mentre in Sicilia siamo e restiamo all'opposizione di Schifani, con la nostra lista e il nostro candidato. Non ho approfittato della nostra appetibilità nazionale per alzare il prezzo in Sicilia e ho chiesto mani libere. Non abbiamo alzato il prezzo a livello nazionale perché crediamo che Meloni sia l'unica proposta valida, non perché ci siano ricette precostituite. Chi mi conosce sa che non mi sono mai schierato per convenienza. Siamo una rete civica potentissima, e non permetterò a nessuno di dimenticarlo».