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27/08/2026 ore 09.20
Politica

Vannacci rompe il vecchio bipolarismo: il prossimo Parlamento rischia di non avere più un vincitore

Il nuovo sondaggio BiDiMedia consegna alla politica italiana una fotografia che dovrebbe far riflettere. Perché dietro quel 25,4% di Fratelli d’Italia, all’8% di Futuro Nazionale e al 4,8% della Lega c’è qualcosa di più profondo: il centrodestra non sta soltanto perdendo consenso, sta cambiando natura

di Redazione Politica

Fratelli d’Italia continua la sua discesa e perde altri otto decimi, fermandosi al 25,4%. La Lega scende sotto la soglia psicologica del 5%, al 4,8%. Forza Italia è al 7,3%. Nel frattempo Futuro Nazionale di Roberto Vannacci sale all’8%, supera Forza Italia e diventa il quarto partito italiano.

È questo il dato politicamente più dirompente. Vannacci non appare più come una presenza marginale destinata a raccogliere qualche voto di protesta. Sta diventando un soggetto strutturale del sistema politico. E soprattutto sta pescando dentro l’area che per anni ha garantito la compattezza del centrodestra.

La domanda, dunque, non è più se Vannacci possa entrare nel centrodestra. La domanda è chi comanderebbe un centrodestra nel quale Vannacci valesse l’8%, mentre la Lega scendesse sotto il 5% e Fratelli d’Italia perdesse progressivamente la sua posizione dominante.

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Il centrodestra senza Vannacci è sotto il 40%

Qui c’è il numero che più di tutti dovrebbe preoccupare Giorgia Meloni.

La somma di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e delle altre componenti tradizionali porta il centrodestra al 39,2%. Solo aggiungendo Futuro Nazionale si arriva al 47,2%.

È una differenza enorme.

Significa che Vannacci, con il suo 8%, oggi non è semplicemente un possibile alleato: è diventato determinante per riportare l’intero blocco sopra la soglia psicologica del 40%.

E qui si apre una contraddizione difficilissima da risolvere. Vannacci potrebbe essere indispensabile elettoralmente, ma proprio la sua crescita potrebbe rendere più complicata la gestione politica di una futura maggioranza. Un conto è mettere insieme liste diverse per vincere un’elezione. Un altro è governare per cinque anni con sensibilità, linguaggi, leadership e obiettivi non necessariamente coincidenti.

Anche il Campo Largo non può festeggiare

Dall’altra parte non c’è però una maggioranza alternativa già pronta.

Il PD scende al 21%, mentre il Movimento 5 Stelle risale al 12,6% e AVS si mantiene al 6,5%.

BiDiMedia attribuisce al Campo Largo complessivamente il 44,7%, quindi 2,5 punti in meno rispetto al centrodestra allargato a Vannacci. Ma anche qui il problema è evidente: un conto è sommare elettoralmente partiti diversi, un altro è trasformare quella somma in una coalizione politicamente omogenea.

PD e Movimento 5 Stelle continuano ad avere culture politiche, priorità e leadership differenti. E più il risultato elettorale si presenta come un equilibrio precario, più diventano decisive le differenze tra i partiti.

Il vero problema dell’Italia che emerge da questo sondaggio, dunque, è che nessuno dei due schieramenti appare oggi sufficientemente forte da poter dare per scontata una legislatura stabile.

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E qui comincia il vero problema

Immaginiamo che questi numeri, con variazioni inevitabili, arrivino alle prossime elezioni politiche.

Il centrodestra potrebbe vincere soltanto se riuscisse a ricomporre il rapporto con Vannacci. Ma un centrodestra tradizionale al 39,2% non avrebbe, sulla base di questi numeri, la forza politica per considerarsi autosufficiente. E un centrodestra al 47,2% comprendente Futuro Nazionale sarebbe un’altra cosa rispetto a quello che conosciamo oggi.

Dall’altra parte, il Campo Largo al 44,7% sarebbe competitivo, ma non necessariamente capace di trasformare automaticamente quel consenso in una maggioranza parlamentare solida. Tutto dipenderebbe dalla legge elettorale, dalla distribuzione territoriale dei voti, dalle soglie e soprattutto dalla capacità delle forze politiche di presentarsi realmente unite.

Il risultato potrebbe essere un Parlamento senza un vincitore netto.

Ed è qui che la politica italiana entrerebbe in una fase completamente diversa.

Una legislatura di maggioranze variabili?

Lo scenario più plausibile, se il quadro restasse simile, sarebbe quello di una legislatura difficile: maggioranze strette, negoziazioni continue, partiti piccoli diventati decisivi, gruppi parlamentari pronti a condizionare ogni passaggio e governi costretti a cercare voti provvedimento per provvedimento.

Una maggioranza numericamente possibile potrebbe rivelarsi politicamente fragile.

E in una fase economica difficile questo sarebbe particolarmente rischioso. Perché l’Italia avrebbe bisogno di decisioni rapide su conti pubblici, crescita, debito, occupazione, sanità, energia, investimenti e rapporto con l’Europa. Una maggioranza perennemente appesa a pochi voti avrebbe invece bisogno di mediazioni continue.

È lo scenario nel quale potrebbe tornare a circolare una parola che la politica italiana conosce bene: governo del Presidente.

Non come esito inevitabile — sarebbe sbagliato presentarlo come tale — ma come possibile soluzione estrema davanti a una crisi di sistema. Se nessuno dei due schieramenti fosse in grado di costruire una maggioranza stabile e contemporaneamente emergesse una forte emergenza economico-finanziaria, potrebbe tornare la richiesta di una personalità capace di costruire un esecutivo di responsabilità nazionale, sostenuto da una maggioranza parlamentare trasversale.

Un governo nato non per durare un’intera legislatura, ma per mettere in sicurezza i conti, affrontare una fase economica difficile e accompagnare il Paese verso nuove elezioni.

È uno scenario che oggi non può essere dato per certo. Ma sarebbe un errore considerarlo fantapolitica.

Il vero vincitore, per ora, è la frammentazione

Il dato più significativo del sondaggio BiDiMedia, alla fine, potrebbe non essere né il 25,4% di Meloni né l’8% di Vannacci.

Potrebbe essere la frammentazione del sistema politico.

Il vecchio bipolarismo sembra sempre più complicato. Il centrodestra resta competitivo, ma dipende sempre più da un soggetto che fino a poco tempo fa non esisteva. Il centrosinistra allargato può competere, ma deve ancora dimostrare di poter trasformare la somma dei suoi consensi in una vera coalizione di governo.

Nel frattempo cresce l’area dell’incertezza. BiDiMedia stima un’affluenza tra il 56 e il 60%, con il 23% degli elettori ancora indeciso.

Questo significa che la partita è tutt’altro che chiusa.

Ma una cosa è già evidente: se questa tendenza dovesse consolidarsi, la prossima legislatura potrebbe essere molto diversa da quella che l’Italia ha conosciuto negli ultimi anni.

Non necessariamente una legislatura di alternanza.

Potrebbe essere una legislatura di equilibri precari, maggioranze variabili, governi deboli e continue trattative.

E se la crisi economica dovesse accelerare proprio mentre la politica non riuscisse a produrre una maggioranza solida, allora il problema non sarebbe più soltanto chi vincerà le elezioni.

Sarebbe chi sarà in grado di governare il Paese dopo averle vinte.

Ed è una domanda molto più difficile.