Dylan Dog, quarant’anni dopo: l’antieroe malinconico che ha cambiato il fumetto italiano
Dal debutto del 1986 con “L’alba dei morti viventi” al mito generazionale: la nascita del personaggio, Sclavi, Groucho, Bloch, i grandi disegnatori e quell’antieroe malinconico che ha attraversato quattro decenni di fumetto italiano
«Un fiasco. L’albo è morto in edicola». Decio Canzio, direttore della Bonelli, accolse le parole del distributore con un sospiro amaro. Era il 26 settembre del 1986, quarant’anni fa esatti. Nessuno voleva dirlo a Tiziano Sclavi. Ma Sclavi, in realtà, non aveva mai cullato grandi aspettative. «Non avrei scommesso neanche su un anno solo, temevo che avrebbe chiuso dopo pochi numeri», raccontò nel 2016 in un’intervista a Luca Valtorta. Ma il fiasco durò poco perché nel giro di qualche giorno il primo numero di Dylan Dog, “L’alba dei morti viventi”, diventò introvabile. Introvabile e ricercato.
Dylan Dog, battezzato nel nome di Dylan (Thomas), Mickey Spillane e del santo spirito sclaviano più puro e distillato, non era un cowboy, non era un ladro, non era un supereroe.
Chi era?
Solitario, più affine alla malinconia che all’avventura, dal viso affilato, quasi patito, senza muscoli a gonfiargli la camicia, con un ciuffo corvino spettinato a coprirgli la fronte. Addosso sempre lo stesso completo: jeans e un paio di Clarks ai piedi, una giacca scura e una camicia rossa. Viveva a Londra, al numero 7 di Craven Road, nel cuore di Westminster, Londra.
Per cercare davvero quella casa bisogna scendere a Paddington e proseguire a piedi fino a un elegante edificio dai muri bianchi. Fino ai primi anni del 2000 la porta era di legno scuro, oggi è bianca. Sul muretto qualcuno aveva scritto a matita “Qui abita Dylan Dog”; poi “Qui” era stato barrato e corretto con un “Non”. Accanto, un ristorante italiano esponeva in vetrina un pesce di plastica che muoveva la coda al ritmo di Don’t Worry, Be Happy». Dylan Dog, invece, suonava al clarinetto “Il trillo del Diavolo” di Tartini e s’innamorava di continuo, quasi sempre delle sue clienti che, quasi sempre, finivano per morire o lasciarlo. E allora lui tornava ai suoi pensieri e alla sua tela di Penelope, un galeone costruito nell’unica bottiglia da cui non doveva stare alla larga.
Tiziano Sclavi modellò il suo personaggio allo specchio e in quel riflesso c’era il suo profilo da ragazzo, il senso del fantastico di Buzzati, il senso dell’umorismo di Neil Simon, Billy Wilder e Woody Allen, la paura del soprannaturale più che la fede in esso, l’alcolismo, la fuga, uno scettico ottimismo mescolato al pessimismo dell’intelligenza. Dylan Dog non nacque per caso, fu il frutto di una lenta evoluzione e di un’occasione.
Nel 1979 Sclavi incontra Sergio Bonelli e Decio Canzio. La casa editrice allora non si chiamava ancora Sergio Bonelli Editore: era l’Editoriale Cepim. Sclavi comincia la gavetta: corregge bozze, lavora su personaggi già affermati, sceneggia Ken Parker, Zagor e Mister No. Dylan Dog nasce a metà degli anni Ottanta, quando Sergio Bonelli spinge Tiziano Sclavi a pensare a una nuova serie.
La leggenda racconta che al disegnatore Claudio Villa, un pomeriggio sul presto, fu consigliato di accartocciare i bozzetti che aveva fatto e di fiondarsi al cinema a vedere un certo film con un certo attore, perfetto per quel viso che ancora non veniva fuori. Il film era Another Country (La scelta) ispirato alla giovinezza di Guy Burgess. Correva l’anno 1984 e il protagonista era un attore inglese agli esordi: Rupert Everett. «Vai, vai al cinema, al cinema “Vip” in via Torino - gli disse Sclavi - guarda il film, e tira giù quella faccia lì, che secondo me è una faccia interessante». Quando dieci anni dopo Michele Soavi decise di trasformare il romanzo Dellamorte Dellamore di Sclavi in un film, regalò a Everett la possibilità di unire il calco alla figura se pur nella forma di un antecedente letterario dell’universo dylandoghiano (Francesco Dellamorte comparirà in una storia di Dylan Dog, poi raccolta nel Super Book n. 5).
Ma Dylan non è solo tra le tavole. Ha accanto il fido Groucho, la sua spalla comica, un sabotatore del pathos che allevia l’orrore e alleggerisce il nero. Nelle prime intenzioni la sua figura doveva essere ispirata al mitico Marty Feldman, il gobbo Igor di Frankestein jr., ma Sclavi alla fine scelse il riferimento a Groucho Marx più rassicurante e iconico. Poi c’è l’ispettore Bloch di Scotland Yard, lo scettico, la parte razionale, quasi paterna. E infine ci sono i fantasmi, i morti viventi, le presenze, l’orrore che attraversa come un fiume carsico tutta la storia e tutte le storie di Dylan. “Memorie dall’invisibile”, “Cagliostro”, “Il lungo addio”, “Finché morte non vi separi”, “L’occhio del gatto” sono solo alcuni dei titoli rimasti nell’immaginario dei fedeli lettori di Dylan.
Ma dietro l’indagatore dell’incubo c’era sempre l’impronta del suo creatore. Sclavi, che da piccolo sognava di diventare un cowboy, e divorava i racconti di Poe già alle elementari, è sempre stato allergico alla fama. Lontano dai clamori e dal successo, si è rifugiato in un buen ritiro in mezzo al bosco. Non guarda tv, non legge i giornali. Ma è sempre stato un genio. Il suo tocco diverso lo si coglieva chiaramente nei romanzi e nei racconti della sua infanzia nel Pavese, in un paesino così piccolo e sonnolento che il passaggio di un’auto diventava un aneddoto di cui parlare. La burocrazia, la ripetizione escheriana, la nebbia, i cieli color calce nella bruma mattutina, la vita che affonda, la provincia minuta dell’Oltrepò che sta in un palmo e dove non accade niente, la paura di tutto sono fluiti dalla sua mente notturna alle sue opere, nei fumetti, nei libri e nelle sceneggiature, finite e non finite.
Per il trentennale di Dylan, nel 2016, Sclavi tornò a scrivere per Dylan più che su Dylan con “Dopo un lungo silenzio”, il numero 362. Una copertina quasi completamente bianca per una storia che raccontava dell’alcolismo e di una profonda solitudine. Compagni che Sclavi conosceva bene.
Alle matite sono tanti i disegnatori che si sono succeduti, dando a Dylan e ai suoi comprimari sfumature diverse e sempre coerenti. Villa fissò il volto e l’impianto grafico iniziale dell’indagatore; Angelo Stano disegnò invece il numero uno L’alba dei morti viventi, diventando poi, con il suo tratto inquieto e appuntito uno degli interpreti più riconoscibili del fumetto. Dopo di loro sarebbero arrivati Corrado Roi con il suo nero gotico, Giampiero Casertano, Bruno Brindisi, Luigi Piccatto, Montanari e Grassani, Nicola Mari, Giovanni Freghieri e molti altri, ciascuno capace di deformare Dylan secondo il proprio segno senza mai renderlo irriconoscibile.
Dylan Dog è l’antieroe fragile, disilluso, spesso fuori posto. L’opposto dei personaggi nati degli anni da bere, sicuri, vincenti, perfettamente a proprio agio nel mondo. Per questo la sua figura dialoga naturalmente con l’immaginario degli anni Novanta, quello della generazione cresciuta con Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden, quando l’inquietudine prendeva il posto dell’ottimismo e l’ironia diventava una forma di difesa. Una spada spuntata, forse, ma pur sempre un’arma: quella rimasta in mano a una generazione che ai propri mostri continuava a opporre l’immaginazione.