“Hamnet” ci fa soffrire tanto. Ma questo dolore è la prova che l’arte sa ancora toccarci
Il nuovo film di Chloé Zhao rilegge il mito di Amleto attraverso il lutto di Shakespeare, tra poesia, perdite strazianti e la poesia che vince su tutto, anche sulla morte
Un verso di molti versi e molti mondi. “Essere o non essere”. Quante volte l’abbiamo letto o ascoltato o visto recitare. Nel modo giusto, in quello sbagliato, da grandi voci o in mediocri recite. Forse abbastanza da renderne invisibili i contorni, tanto ci siamo assuefatti. Eppure quelle quattro parole riescono ancora a raccogliere tutta l’umanità in un dubbio universale.
Esistere o smettere di esserlo? Vivere o morire?
Osservare il tormento di qualcuno ci spinge naturalmente a farci domande. Chi è? Perché è così straziato? Quanto soffre? Quanto può sopportare qualcuno prima di infrangersi?
Vediamo questo dolore che straripa mentre un mare nero accoglie le lacrime di un genitore disperato che si chiede se ha senso sopportare il macigno, se forse non sarebbe meglio farla finita. È un padre oscurato dalla pena, che immediatamente declina il dolore in poesia.
Cosa ci ferma dal mettere fine ai nostri tormenti? si domanda. Cosa impedisce a una lama di terminare il malanimo che corrode i pensieri?
Lo dice Amleto perché se lo chiedeva William Shakespeare: l’uno al presente – perché la letteratura è sempre qui e ora – l’altro al passato, quando non era ancora bardo, ma giovane autore alla ricerca di uno slancio. Ed è una delle scene fondamentali di “Hamnet” di Chloé Zhao, la cui mano sapiente e perfetta torna dove l’avevamo lasciata in Nomadland.
Zhao è una di quelle voci nel deserto, autrice raffinata capace di raccontare la storia di un lutto familiare, intrecciandola ai presagi, alle voci della foresta, alle erbe amare; alle donne wicca e madri, erboriste e falconiere. Senza aver paura di toccare il mito.
E alle donne Zhao dedica questo film: la luce, infatti, resta più che sul padre, sulla madre: creatura selvatica e carnale, delicata e indomabile; in lei soffia un anelito della magia legata alla natura, ai riti officinali, alla potenza dell’artemisia, ai legami dei fili d’erba. Agnes partorisce nel bosco tra i corvi e le querce e le radici nodose che si impregnano del liquido amniotico del nascituro e lo proteggono. Questa lettura che lega la forza della foresta, a quella della vita, è una delle sfumature più interessanti di tutta l’opera e la meno reale.
Il vero e la leggenda, avvolti nell’ombra che ammette margini di immaginazione a compensare la verità storica manchevole di frammenti, ci portano nelle campagne del sud dell’Inghilterra del Cinquecento, a dipingere la storia d’amore tra Will e Agnes.
Nei documenti il nome della moglie di Shakespeare è Anne Hathaway, ma Agnes era considerato un nome equivalente, proprio come Hamlet per Hamnet, il nome del figlio che il destino porterà via in modo crudelissimo ai coniugi Shakespeare.
Zhao ci regala un film emotivamente potente, un’arma, una tragedia, quasi una bomba che ci esplode nel petto con una crudezza da lasciare tremanti col fiato spezzato. È quasi cattiveria, quella che infligge a noi spettatori, intrappolati nella poltrona e avvinti dall’urlo della madre che non riesce a rifiatare, simile a un’onda violenta che poi trascina solo sabbia senza ruggire di nuovo.
Deflagra il dramma lasciandoci attoniti e muti davanti a un lutto devastante, così poderosamente espresso dalla bravissima Jessie Buckley che aveva stupito nel visionario e delirante “Sto pensando di finirla qui” del genio di Charlie Kaufman.
Pasquetta sul divano: panino, birra e… ecco cosa vedere in tv (e cosa evitare)Ma è giusto tanto soffrire? Patire? Piangere di petto? Sentire il cuore spaccarsi in quella sofferenza che “Hamnet” mescola tra vero e verosimile, storicità e licenze poetiche, armonizzando tutto per dargli una certa forma, quella del dolore e di come lo affrontano una madre e un padre, poi quasi alleggerisce. È un paradosso. Perché farci un po’ male, può essere anche un bene.
«Ciò che è vivo deve morire», scrive Shakespeare in Amleto, nel suo personale memento, quasi a trovare conforto nel ciclo naturale delle cose. Ed è di consolazione per davvero. Oppure si può anche solo sognare e basta. Niente più.