“Il Diavolo veste Prada 2”, il sequel incolore che racconta la morte del giornalismo
Meryl Streep è sempre divina, ma il sequel del cult anni Duemila è privo di mordente e a tratti annoia. Il lato più vero racconta un mondo della moda e del giornalismo ormai svuotato di anima, colore e ferocia
Fosse stato davvero il diavolo in persona, non si sarebbe presentato due volte col rischio di prendere fischioni. E infatti è un demone con la coda spuntata, quello del sequel che sta cannibalizzando gli incassi cinematografici di questa stagione senza grandi emozioni.
“Il diavolo veste Prada 2” si trascina con una certa stanchezza, come chi sia costretto ad alzarsi dal letto senza averne alcuna voglia. Le luci, la moda, le scarpe, le sfilate, il make up, è tutto scarico di intenzione e colore. Invecchiato. Demodé. Ma anche questo è specchio di tempi in cui l’Ai cadenza le sintassi di post e pezzi riempiendole di negazioni per rafforzare l’affermazione e le produzioni impongono palette di grigi e azzurri, perché al pubblico pare piaccia, sbiadendo insieme alle immagini anche le battute.
Nel secondo capitolo del film, il vecchio cast riappare mostrando i denti: in prima linea l’inossidabile Meryl Streep, divina. Sempre e comunque. Poi c’è Stanley Tucci, talis qualis a vent’anni fa e la coppia di Emily: Hathaway e Blunt che giornalmente si abbeverano all’ampolla dell’eterna giovinezza della cara Isabella Rossellini (Streep sa di che parlo).
Il film, diretto ancora una volta da David Frankel, è un filmetto tranne per un dettaglio: in alcuni tratti smette di essere commedia e si trasforma nella tragedia del giornalismo. Quello che vediamo accadere non è pura avanguardia, è neorealismo: giornalisti di razza, con una sfilza di premi in salotto, tristemente disoccupati; giornali che muoiono con la velocità di un gatto in tangenziale; editoriali valutati a seconda dell’engagement sui social; articoli derubricati come flop perché visualizzati solo come anteprima e non cliccati; i ricatti degli inserzionisti che scandiscono gli spazi pubblicitari e le interviste marketta da mettere in vetrina; i ricconi che parlano in “k”, per indicare le migliaia; i figli dei ricconi, eredi degli imperi dei padri, che non riescono a fare una “O” con un bicchiere, e girano in tuta e assoldano tagliatori di teste che chiamano per nome.
Tratto da mille storie vere “Il Diavolo veste Prada 2” però manca di tutto: non ha una battuta fulminante destinata a restare nella memoria, non un abito iconico da ricordare (come il completo nero con camiciona bianca, perle Chanel e basco del primo), non una trama originale, non un cameo indimenticabile.
Quello che fa Donatella Versace l’aveva già fatto Valentino nel primo atto, e cioè regalarci una battuta autodoppiata da brividi che rievoca il peggior Guccini mentre serve da bere in Radiofreccia.
Alla fine della fiera delle vanità, Andy, la giornalista impegnata che sognava il Pulitzer, si piega al patinato, ai pantaloni Armani, ai flash dei red carpet diventati da rossi ad azzurri, sempre per quel discorso dell’annacquamento cromatico di cui sopra. Non c’è una lezione da imparare, se non che Meryl Streep è sempre magnifica e che i pantaloni con le paillettes stanno male a tutti. Ma questo lo sapevamo già.