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17/07/2026 ore 09.49
Good Morning Vietnam

L’Odissea americana di Nolan che riscrive Ulisse con il linguaggio della colpa

Il regista anglosassone firma un kolossal di impressionante perfezione tecnica, ma il viaggio non è più quello dell'eroe dal multiforme ingegno, bensì quello di un uomo consumato dal rimorso come Oppenheimer

di Alessia Principe

L’Ulisse di Nolan è il turista americano che ama la cultura mediterranea, la osserva con curiosità, la studia, ma la sua lente di deformazione resta comunque quella dell’estraneo che reinterpreta i cannibali Lestrigoni immaginandoli con l’armatura dei Transformers.

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Il regista anglosassone, nella sua Odissea, ha sfoggiato l’invidiabile abilità tecnica e il vezzo economicamente straordinario, di girare in un formato pantagruelico per costi e fatica di lavorazione.

Riesumare la pellicola quando si parla di infornata di prossimi film girati con l’Ai, mostra uno spirito conservatore audace accompagnato, certo, da una rara potenza di fuoco che gli permette di avere tutto ciò che vuole. Ma non sempre la ricchezza sconfinata dei mezzi si traduce in valore di egual misura.

Per i ruoli si è pescato nel firmamento attoriale del momento, le ambientazioni sono ricercatissime, immerse nel blu cobalto della Grecia e della Sicilia, i migliori artigiani del cinema si sono adoperati su modelli, navi e mostri, per maneggiare una materia prima scivolosa come il mito omerico. La resa a schermo, pur se la visione per come Nolan l’ha concepita è riservata a un pubblico ristrettissimo, restituisce appieno il lavoro maniacale frutto di anni di ricerche. Tuttavia il cinema è anche quello che c’è oltre il fumo delle cucine.

L’Ulisse che sullo schermo è passato in tante salse, che Joyce ha riletto nella sua opera leggendaria calandolo nella Dublino di inizi Novecento, per Nolan ha poco dell’eroe dalla mente acuta e sopraffina che inganna Polifemo e i troiani, e molto del suo Oppenheimer, quando, a proposito della devastazione di Troia passata a fil di spada nella notte della pace, sembra che in realtà parli della bomba atomica che distrusse Hiroshima e Nagasaki.

Oppenheimer, quando il rimorso diventa una bomba più potente di quella atomica

Non è l’avventuriero Ulisse, è l’uomo morso dalla colpa per aver destinato la sua intelligenza alla morte infrangendo le leggi degli dei. È un eroe dimezzato, fiaccato da scelte che la sua ciurma non condivide, punta al crepuscolo con la prua della nave, ma solo per capire se è degno del ritorno, nonostante la colpa.

L’Odisseade nolaniana è un film d’avventura che fa delle scelte precise, a volte zoppe, e non certo per le sciocchezze circolate nei recinti del commentarium a proposito del volto di Elena.

Agamennone, come Darth Vader, con la sua armatura tenebrosa disegnata con una colonna vertebrale per rendere l’uomo un tutt’uno con il guerriero, quasi fosse il super cattivo di una storia che lo sfiora appena, non lo vediamo mai in volto, solo di spalle, privilegio che si dovrebbe concedere a un personaggio chiave non ad un’ombra dell’Ade che racconta la sua storia all’Ulisse dantesco che interroga i morti, a meno che non sia lui il protagonista di un futuro atto, il cui volto è ancora incerto o segreto. O forse è solo una ingenuità, una delle tante, che Nolan si è concesso disegnando la sua epopea hollywoodiana che non fa scelte linguistiche ardite, ma resta nei binari dell’ordinario in nome del mainstream.

Non c’è molto né di Pasolini né di Sergio Leone, mentori a cui il regista ha dichiarato di essersi ispirato per cantare del viaggio dell’uomo dal multiforme ingegno, che lui trasforma nell’uomo che non si riconosce più in quello che è stato e cerca la catarsi nella sofferenza, per tornare purificato a Itaca.

Tra le parti memorabili che resteranno di questa pellicola, c’è il frammento che ci regala un Polifemo esteticamente splendido, ma monco del leggendario scambio di battute con cui Ulisse si spaccia per “Nessuno” per sfuggire alle ire di Poseidone, padre del ciclope accecato dall’eroe prima di riprendere il mare. Le divinità nel film restano invisibili, evocate quando si parla di clemenza o vendetta, nel mito sempre così pericolosamente vicini. Golosa la parte di Circe, che regala quel filo di orrore che è una boccata d’aria, solo troppo breve.

Sebbene il cast sia d’eccezione, affidarsi a volti così riconoscibili, così poco pasoliniani, fa inevitabilmente del kolossal, che anelava all’autorialità raffinata, un blockbuster di largo consumo.

Tom Holland è Spiderman con l’armatura di Telemaco, Robert Pattinson come Antinoo è in parte fino quando non sale troppo sopra le righe e diventa quasi demenziale in un passaggio di armi che meritava un netto taglio.

I proci diventano i “contendenti”, Penelope sembra sfiorare il desiderio femminista di voler rivendicare un trono che tradizione vuole sia solo maschile, ma è una nota stonata: la moglie di Ulisse non ha bisogno di essere abbellita per essere legittimata, Omero la dipinge come donna di potere, astutissima, in grado di ingannare col suo intelletto un esercito di uomini grevi e armati fino ai denti per molti anni. Insomma lasciamo il Trono di spade ad altre eroine.

Charlize Theron come Calypso è bellissima, ma nell’aspetto è una top très chic che mima una ninfa. Delle sirene si vede quasi nulla e nella seconda parte si corre tanto per poi tendere il finale come una corda d’arco portata al limite, lì per spezzarsi, poco prima della resa dei conti. L’ultimo atto è stiracchiato a dovere e poi esplode in una chiassosa lotta di uno contro tutti, di Ulisse solo contro i proci, che rievoca la tarantinesca Beatrix Kiddo che si batte contro gli 88 folli di O’Ren Ishii, ma senza ironia acrobatica.

I dialoghi non sono sempre all’altezza del fine e del contesto, a volte cercano un lirismo che non arriva in cima, a volte scadono in scambi gimmefive («sei il solito bastardo fortunato»), e quasi nessuno degli attori mantiene le promesse che tacitamente ci si aspettava mantenessero.

Ulisse, se pur guerriero valoroso, è uomo leggendario per l’intelletto acuto, ma Nolan lo vuole samurai nella spada e malinconico nello spirito, padre che torna a riabbracciare un figlio abbandonato da piccolo, come il suo vecchio Cooper con la figlia Murphy nell’impareggiabile Interstellar.

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I temi nolaniani tornano come la marea, cambiano solo contesti ed epoche, ma si sente la mancanza di quel ritmo ammaliante sfoggiato con estrema maestria in Dunkirk e che nell’Odissea manca, nonostante il materiale della Telemachia a disposizione (qui ridotta a poche ceneri) che avrebbe fornito carbone per le sue famose costruzioni alternate.

Il regista per due anni ha costruito ad arte il suo mito, fatto di racconti leggendari consumati sul set, di diavolerie tecniche da addetti ai lavori e content creator; come Ulisse ha costruito il suo cavallo di Troia per modellare un successo che è già storia. Ma forse, a tratti, anche questo era un inganno.