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30/04/2026 ore 11.19
Leggendo Alvaro insieme

Alvaro postumo: da Domani a Belmoro, i romanzi incompiuti

Un’indagine nella narrativa postuma di Alvaro, pubblicata dal curatore in modo filologicamente riprovevole

di Aldo Maria Morace
Corrado Alvaro

È il capitolo più spinoso: le edizioni postume dei romanzi incompiuti (o comunque non terminati) a cui Alvaro stava lavorando (o aveva lavorato) prima che la malattia tumorale lo stroncasse nell'arco di pochi mesi.

Sono opere uscite a cura di Arnaldo Frateili, e con l'assenso di Laura Babini, vedova dello scrittore. Frateili era uno scrittore, men che mai un filologo; e anche per effetto delle richieste pressanti di Valentino Bompiani ha dato vita ad edizioni a dir poco censurabili e deprecabili. Ma che, al momento attuale, non sono restaurabili perché i relativi materiali non sono stati ritrovati nell'archivio della casa editrice, né in quelli donati dalla vedova alla biblioteca «De Nava» di Reggio Calabria. Molto probabilmente gli autografi (o i dattiloscritti), sui quali le edizioni sono state condotte, sono rimasti nelle mani di Frateili; e la neonata Edizione Nazionale dell'Opera omnia di Alvaro avrà, fra i suoi compiti più immediati, quello di attuare ogni possibile ricerca per reperirli presso gli eredi di Frateili, se ve ne sono e se li hanno conservati.

Non erano neppure fra le carte autografe ereditate da Lucrezia Francavilla, compagna amatissima del figlio di Alvaro, Massimo, e poi consegnate in custodia a Giusy Rapisarda Tafuri, che gliele ha restituite solo in parte. Ma fortunatamente Lucrezia, prima di darle in custodia alla Rapisarda, aveva fatto compilare, a sue spese, un inventario ben articolato, sicché siamo almeno in grado di sapere esattamente cosa conteneva l'originaria eredità autografa che le era pervenuta (ad esempio, c’era molto materiale preparatorio su Belmoro e una stesura di 136 pp. dattiloscritte, probabilmente la prima e parziale, mentre di Domani ce n’erano due, dattiloscritte, e non si sa se e quanto differenti con quella edita da Bompiani).

Quella parte che le era stata riconsegnata, invece, ha avuto una degna sorte: dopo trattative non facili, da me condotte, e grazie all'immediato impegno di Luigi Meduri, allora Presidente della Regione Calabria, è stata reperita la somma necessaria ad acquistare, per conto della Fondazione Alvaro, tutto il materiale autografo e documentario ― purtroppo molto impoverito ― rimasto in possesso della vedova di Massimo. E in anni recentissimi esso è stato digitalizzato e messo in rete, a disposizione degli studiosi che lavorano sull'opera di Alvaro (ed è l’unico caso, per un autore calabrese).

La premessa è stata lunga ma necessaria, perché investe tutta la problematica connessa all'opera postuma di Alvaro, a partire dalla narrativa e dal primo dei romanzi incompiuti, Domani (1968), scritto tra l'agosto 1933 e il gennaio 1934. Nel ’53 Alvaro lo rilesse, trovandolo «vitale», ma non tornò a lavorarci sopra perché ― quasi per presagio della fine ― aveva concentrato il suo sforzo narrativo sulla elaborazione delle «Memorie del mondo sommerso», una trilogia di cui L’età breve era la prima parte, e anche l’unica licenziata dall’autore, che si proponeva di dare con essa ― ambiziosamente ― un affresco ampio e complesso dell’Italia, e soprattutto della società meridionale, nella prima metà del Novecento.

Come si presenta oggi, a una lettura, Domani, questo romanzo lasciato inedito e incompiuto nei primi anni Trenta? «Vitale», per citare Alvaro, che lo aveva strutturato come la «storia di una caduta», quella di Susanna, appena uscita dall'adolescenza, la quale si fa deflorare senza amore né vera attrazione da un giovane tombeur de femmes. Non c’è qui, come in Il mare, la solitudine inferma dei personaggi: siamo in una spiaggia alla moda, scenario attivo di una corruzione. Susanna fa parte di una famiglia piccolo-borghese che vede nella sua bellezza uno strumento di scalata sociale. La ragazza è nell'età in cui va scoprendo la vita, con la sua carica di segreti da decifrare; e percorre «la lunga via per diventare donna» nello spazio cittadino e ingannevole della spiaggia, colto molto bene nel suo vivere di sguardi allusivi e di rivalità sotterranee per attrarre i giovani predatori maschili.

Il contatto sessuale avviene in modo straniato: Susanna guarda il giovane che si muove dentro il suo corpo da una lontananza che non riesce a eludere. È una perdita di innocenza, uno «sciuparsi di tutto» privo di una vera partecipazione fisica, da una parte come dall’altra: il sesso è vissuto in maniera frigida, senza che i due corpi si compenetrino con la necessità di un fatto di natura. Trovo molto moderna questa lettura alvariana del sesso come fatto impartecipe, meccanico, algido, che richiama irresistibilmente quella moraviana di Gli indifferenti (1929) e che lo conferma testimone infallibile del suo tempo.

Domani viene abbandonato in un momento indecifrabile, aperto, del suo svolgimento; e non viene più ripreso, dopo la rilettura del ’53. Tutte le residue forze narrative di Alvaro erano concentrate sulla trilogia, e in particolare su Mastrangelina, andato in stampa nel 1960, a quattro anni dalla morte dell'autore. Questo romanzo era giunto a uno stadio avanzato di elaborazione, ma Alvaro non ne era convinto, come attesta il fatto che non l'abbia mai voluto mandare all'editore, pur avendogliene scritto più volte, man mano che il lavoro procedeva.

L'età breve si era chiuso con Rinaldo Diacono che andava via dal paese su comando del padre, con pochi soldi in tasca, per ‘inventare’ la propria vita senza sapere in quale modo; e questa seconda parte della trilogia si apre sull’adolescente che condivide il cammino migratorio con la sorellastra Mastrangelina e il marito di lei, Mastrangelo, che trasportano nascostamente una stupenda statua di Demetra, da loro rinvenuta in uno scavo, con la quale sperano di emigrare in America, divenendo ricchi.

Il progetto non si realizza, la statua viene venduta per pochi soldi e Mastrangelina decide di investire il denaro residuo nel ritorno agli studi di Rinaldo, che si radica a Turio (l'odierna Catanzaro) e riesce finalmente a percorrere il cammino scolastico voluto dal padre. Ed è la parte migliore del romanzo, questa che tratteggia l’esistere dell'adolescente nei microcosmi della cittadina e del collegio, riuscendo a trasmettere la soffocazione che scaturisce da un’angusta dimensione provinciale, in cui riaffiorano pesantemente in Rinaldo i ricordi della squallida vita paesana, che ha abbandonato, e l'attrazione dell'universo femminile, vissuta come richiamo ineludibile del sesso e coscienza repulsiva del peccato carnale. Lo scoppio della guerra costituisce, allora, una via di fuga: Rinaldo si arruola volontario per trovare nell'evento bellico, come in Vent'anni, la misura di sé. Mastrangelina, dunque, voleva delineare una fine dell’adolescenza nel quadro storico della società meridionale, ma la densità dei propositi e delle tematiche non riusciva a trovare una convincente struttura narrativa e una congiunzione necessitata tra la folla dei personaggi minori e le vicende sociali.

Rimasto a uno stadio ben più provvisorio e incompiuto di elaborazione era invece Tutto è accaduto (1961), che Frateili ha curato in modo assolutamente deplorevole, contaminando stesure e momenti redazionali diversi, nel tentativo di dare coerenza di sviluppo a ciò che era rimasto nello stato frammentato di opera in fieri (clamoroso, ad esempio, che la terza parte del romanzo accorpi tre autonomi sviluppi narrativi, privi di una credibile continuità). Questa ultima parte della trilogia si prefiggeva di narrare la maturità dimidiata di Rinaldo Diacono nella Roma mussoliniana, invischiato lui malgré nella tela di ragno del potere e visto come un esempio di camaleontismo, poiché frequenta i salotti culturali del regime (in cui studia la casistica del servilismo) e, al tempo stesso, grida in teatro che «in Italia, tutto è putrido». Alla caduta del Duce, partecipa attivamente alla grande illusione di poter rifondare l’Italia, ma poi deve fuggire e nascondersi in attesa di una vera ‘liberazione’: il male del fascismo è estremamente difficile da estirpare, nella vita della politica come in quella della quotidianità.

Più che mai in questo caso l’epoché, la sospensione del giudizio, è di rigore, data la totale inaffidabilità del testo attuale e in attesa di poter disporre di uno studio filologico che ― sulla base dei materiali disponibili ― precisi lo stato evolutivo cui il romanzo era pervenuto. Ma al di là della scontata rilevazione di episodi e pagine di notevole valore, è possibile affermare che in Tutto è accaduto il problema era nelle radici stesse dell’opera. Come per gli omologhi tentativi teatrali del dopoguerra, a forte caratterizzazione civile, il coinvolgimento di Alvaro nella materia del narrato era viscerale e dolorante, tanto da impedirne la decantazione e il dominio; e non a caso la trama narrativa di Tutto è accaduto ricalca fin troppo fedelmente la realtà autobiografica dell’autore.

Consapevole dell’impasse, ed ormai vicino alla prematura scomparsa, lo scrittore operava una diversione ‘straniante’ attraverso il ritorno al genere della distopia con l’originalissimo per contenuto e struttura narrativa Belmoro (1957, ma scritto in gran parte nel ’53, e purtroppo rimasto fortemente frammentato e incompleto, a parte la consueta precarietà filologica della sua scompensata edizione): la distorsione orrifica della misura umana nell’era della tecnocrazia assoluta e in un mondo post-apocalittico e omologato, dopo un terzo conflitto mondiale caratterizzato dalla distruzione atomica. Vedere Napoli come Lipona faceva parte dell’alterazione simbolica del reale che Alvaro voleva attuare in questo romanzo, e dunque dell’interpretazione metaforico/allegorica che voleva dare della civiltà occidentale e delle sue possibili vicende, e di quelle italiane in particolare.

Ecco perché Belmoro non è affatto un’opera astratta, avulsa dalla realtà: questa narrazione, che Alvaro colloca nel futuro del mondo, risulta essere un documento terribile delle ansietà umane e storiche dell’autore. E delle sue premonizioni, della sua pre-scienza del mondo che si profila: un ordine tecnocratico che regola ogni aspetto della vita, dalle idee ai comportamenti, e che si fonda sull'assoluto dominio dell'economia. Anche la procreazione è sottoposta a pratiche eugenetiche; e la memoria è un peso inutile da abolire («Noi non abbiamo storia. Non abbiamo passato. Noi abbiamo soltanto un avvenire» e dobbiamo estirpare ogni sentimento). Solo un extraterrestre, appunto Belmoro, può dare la coscienza rivelante di questo mondo, apparentemente perfetto e in realtà spaventosamente disumano. Tra l’accidia imperante di Magnitudo (in cui resiste, in modo sempre più affievolito, la tradizione) e l’esasperazione tecnologica di Energheiton, Lipona sembra essere un mondo ancora vivibile, sebbene anche in esso conti solo, e unicamente, il danaro e chi ne dispone, mentre tutti gli altri, quasi tutti, sono emarginati perché miseri e disprezzati e perseguitati. Eppure, malgrado questo, resta il solo luogo in cui si conserva almeno il ricordo di che cosa è la felicità.