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09/02/2026 ore 13.33
Leggendo Alvaro insieme

Da una guerra all’altra, nel segno del padre

Le ambizioni poetiche di un tempo, instillate dal padre, sono raccolte in Il viaggio; ed è un’occasione-spinta per fare i conti con la figura paterna, nell’anno della sua morte, e con la guerra e il dopoguerra, che si oscura

di Aldo Maria Morace

È il 1942: un anno decisivo per le sorti della guerra. Gli alleati riportano vittorie importanti su tutti i fronti, mentre l’Italia subisce sconfitte devastanti in Russia e in Africa. Nel pieno della tragedia che la investe, Alvaro pubblica un libro di poesie, per di più di vecchia data, precedute da una prosa familiare, Memoria e vita, e unificate da uno strano titolo, Il viaggio.

Perché questa fuga dalla Storia, nel suo drammatico svolgersi? «Mio padre voleva che il suo primo figlio fosse un poeta. Ora, nel primo anno della sua morte, il primo della sua eternità, ricordo qui il suo sogno e il mio come una promessa che non so adempiere». È questo il motivo profondo che spinge Alvaro a ripubblicare le dodici Poesie grigioverdi del 1917, con le quali Alvaro voleva dar vita a un canto disadorno, corale e popolareggiante, per dar voce polemicamente a una visione dal basso, antieroica ed antiretorica dell’evento bellico, colto dalla prospettiva della massa contadina chiamata a combattere come carne da macello. L'autobiografismo diventa un leggersi e un riflettersi negli altri, negli umili e negli invisibili; e il canto è una rimozione della fatica, dell'abbrutimento, della morte.

C’è poi un secondo nucleo di venticinque testi poetici, composti tra il 1917 e il 1921, che segnano una fase di acquisizioni culturali in movimento accelerato e di innovazione nella continuità. Queste poesie mostrano un evolversi in proiezione europea, come attestano l’innalzarsi del tasso di letterarietà e lo svincolamento dall’ossequio alla metrica chiusa, fino a esempi di versi liberi e quasi prosastici. Permangono spesso le strofe tradizionali (terzine, quartine, sestine), così come la misura dei versi e la comparsa episodica di arcaismi, ma molto spesso viene attuata una voluta infrazione delle regole; lo stesso avviene per rime e assonanze, presenti ma quasi mai sistematiche. La poesia di Alvaro si ammoderna e affina la propria strumentazione tecnica, ricercando cadenze nuove.

Nei testi di questo secondo nucleo poetico appare una chiara vena narrativa, che sembra quasi comporre un piccolo canzoniere. Si parte dai ricordi ancora brucianti della guerra (Caserma) per poi passare al difficile rientro dei reduci da un'esperienza in cui è morta la gioventù (Ritorno). Con felice velatura autobiografica si racconta l'incontro con l'amore, che diventerà legame matrimoniale (La casa), e il dar vita a un figlio (Padre), un testo bellissimo che ripercorre il rivestirsi di carne del bambino nel ventre materno, fino a dargli in eredità un mondo dissipato.

A dominare è un dolore sordo e assorto che risale dalle profondità esistenziali. È il grande tema alvariano del sentirsi responsabile del proprio tempo: per un impegno non mantenuto di vita, in un «universo saccheggiato e impoverito» (Promessa), in cui dolore, disinganno e oltraggio pongono l'io poetico nella condizione di essere «il traditore e il tradito» (Rivelazione). Ma il disvivere non annulla la speranza («splenderà un giorno il sole»: Elegia) né la ricerca di Dio, antidoto al serpeggiare della malattia moderna del vegetare e corrompersi negli agglomerati urbani.

A distanza di un ventennio da questa quarantina di testi, Alvaro scrive Il viaggio, che narra il ritorno al paese per la morte del padre. Sono trentatré intensissime quartine di versi irregolari, disseminate di assonanze, che compongono la mesta elegia di un paese apparentemente «tutto come prima», mentre invece «tutto era stato vissuto», «tutto era mutato e passato». Il passato era già distrutto, così come la sacralità della casa, consunta «nel nulla di tutte le cose».

Il vero xenion al padre (nel significato montaliano di ‘dono votivo’) è Memoria e vita, lo stupendo epicedio in prosa che apre il volume. È una toccante elegia familiare in cui respira il microcosmo paesano dell’infanzia, prima degli anni «duri» dell’età adulta. Alvaro si raccoglie idealmente accanto al ‘cenere muto’ del padre, tracciandone un ritratto indimenticabile, e ripercorre la propria infanzia, quando il mondo era «luminoso» e gli anni erano «vasti e lunghi e popolati» dalle letture paterne accanto al focolare. «La vita era il suo teatro» e «l'ordine era la sua tirannia»; inventò l’emigrazione intellettuale per i propri figli, sua strategia vincente.

Con la scomparsa del padre si chiude un mondo; e per l’Italia in guerra si infittiscono i segnali della fine di un ventennio devastato dalla dittatura. Alla caduta del fascismo, Alvaro dirige «Il Popolo di Roma» dal 25 luglio all'8 settembre 1943, quando, colpito da mandato di cattura, si rifugia a Chieti sotto falso nome, dando lezioni di inglese. Solo nel giugno 1944 può tornare a Roma, venendo a sapere che il figlio Massimo era stato prigioniero in Jugoslavia e ora combatteva come partigiano in Emilia.

Riguardo alla sua posizione rispetto al fascismo, Alvaro ricordava di avere avuto una sola ‘viltà’: «bruciato anche io il mio granellino di incenso al dittatore» in un «maledetto articolo» del 1938. In una lettera del 18 luglio 1947 alla traduttrice Frances Lanza Frenaye, sottolineava di avere condotto una lotta fin da giovane contro la dittatura, subendo bastonate e quasi privazione del diritto al lavoro. In quel periodo, un’ossessione lo paralizzava in pubblico; per scacciarla, scrisse L’uomo è forte, ritrovando poi il teatro dopo anni.

La sua nomina a direttore de «Il Popolo di Roma» testimonia il distacco dal regime e l’autorevolezza antifascista. Il giornale fu il più colpito dalla censura preventiva, poiché Alvaro si rifiutava di sostituire i testi vietati con testi-schermo. «Almeno denunciamo che anche Badoglio con la sua censura cerca di nascondere la verità», affermava.

L’impegno civile di Alvaro in questa fase è documentato da L’Italia rinunzia? (1945), pamphlet che denuncia la restaurazione delle forze reazionarie e il rischio di abdicare a un radicale rinnovamento della società. Il pessimismo alvariano sul futuro della civiltà cresce per la delusione delle speranze, le vicende storico-politiche e il radicalizzarsi della guerra fredda, con l’ossessione di un terzo conflitto sterminante.

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