I diari di Alvaro, un libro segreto da porre nella più alta tradizione del moralismo europeo
Quasi una vita è stato per Alvaro un diario e un giornale di bordo: si alternano spunti di poetica e descrizioni, microracconti ed episodi di vita vissuta, pettegolezzi salottieri e figure emblematiche, a illuminare «l’ambiente e i sentimenti» di tutta una generazione
Giunto al suo 80° anniversario, il Premio Strega 2026 ha come marchio ed emblema ‘Quasi una vita’, cioè il titolo del libro di Alvaro che lo vinse nel 1951. Fu una edizione memorabile: il distacco di voti risultò nettissimo, malgrado il prestigio degli altri finalisti (Mario Soldati, Carlo Levi, Alberto Moravia e Domenico Rea). La motivazione era impeccabile: «un originalissimo diario civile, uno specchio fedele del periodo più critico e tragico del nostro Paese», nel quale lo scrittore calabrese chiariva a sé stesso «i nuclei più autentici e vitali della sua ispirazione» e, al tempo stesso, approfondiva temi e problemi della società contemporanea, che gli appariva «irta di intime contraddizioni e di pericoli per la stessa civiltà umanistico-liberale», in cui aveva sempre continuato a vivere e a credere anche nell’oscurità del ventennio fascista.
Quasi una vita è un esempio altissimo di moralismo civile. Dalla sua solitudine meditante Alvaro osserva lo spettacolo caleidoscopico di una società degradata (quella che gravitava attorno al potere) e si interroga ― come su un altro versante faceva Pirandello ― sul destino dell’arte e della civiltà nell’era dei totalitarismi. E trova il suo modulo espressivo più duttile ed incisivo nel suo giornale di bordo di scrittore, vergato tra il ’27 ed il ’47 e pubblicato nel 1950 (ma «non è un diario, né un’autobiografia»), su incoraggiamento di Valentino Bompiani. Nel monologo di uno zibaldone che si dipana diacronicamente, secondo gli spunti offerti dalle evenienze au jour le jour e dalle meditazioni interiori, si alternano in mescolanza solo apparentemente casuale ― e con il respiro breve dell’appunto o fulmineo dell’aforisma ― spunti di poetica e descrizioni, scheletri di svolgimenti narrativi e ipotesi di romanzi e di racconti, pettegolezzi e sussulti salottieri, molte annotazioni scaturite dai viaggi di lavoro e, soprattutto, figure ed episodi e microfatti che illuminano «le forze, l’ambiente e i sentimenti» di tutta una generazione.
Vi riappaiono anche, a intermittenza, i più fondi motivi della tematica alvariana: l’infanzia, la donna, il mondo sommerso, i ricordi familiari e paesani. E lungo questa linea vettoriale Quasi una vita diviene un libro segreto in opposizione al modello dannunziano e anche alla goethiana «biografia esemplare», volta a «una sempre maggiore perfezione». È il giornale intimo di un antieroe che per un ventennio non ha avuto, non ha potuto avere, la vita che avrebbe voluto vivere perché, di contro, ha dovuto praticare una strategia della renitenza e della sopravvivenza – fisica e psichica – in rapporto alle violenze ed alle lusinghe del potere.
L’Avvertenza ne dà una illuminante chiave di lettura, specificando che nel testo vengono stampati gli appunti presi, nella loro «maggior parte», a comporre il proprio «libro segreto». Non tutti, dunque, e non necessariamente nella successione che avevano (ma purtroppo la mancanza dell'autografo impedisce di comprendere la portata delle esclusioni e del riordinamento interno). Le «schede» tracciano il racconto di «una vita passata in una crisi che è costata l'avvenire del nostro paese e nostro». Ma da un'ottica rovesciata: sui grandi avvenimenti e personaggi (persino Pirandello) appena qualche cenno, mentre di «episodi minuscoli» e di figure minime si dà «una memoria accurata», proprio perché in essi si coglie tutta la portata dell'ombra che è stata attraversata. Alvaro confessa di non avere avuto la stoffa del martire: ha cercato solo di vivere decorosamente, evitando prigione e morte ed esilio, però rimanendo un «non tesserato» che ha voluto «restare fedele al meglio di sé e alle sue origini», pur commettendo gli «errori» in cui si può incorrere se si vive «in una realtà il cui male illude di contenere, e anzi contiene, una sua parte di bene». Ma «una nazione di grande qualità, nata per le arti e cresciuta per la pace», si è degradata e deperita; e la «mia generazione non lascia una buona eredità».
È davvero una impresa improba costipare in un breve spazio la complessità e la ricchezza di Quasi una vita, nel suo disordinato e casuale succedersi di elementi che in realtà sono le tessere di un grande mosaico, in cui il microcosmo privato si intreccia continuamente, in perfetta osmosi, con il macrocosmo della società italiana e della Storia nel suo fluire. Una via accettabile, che non è un espediente, può essere quella di analizzare l'anno di partenza e quello con cui si chiude: due epoche diverse, quasi due vite diverse, come ha annotato Alvaro nel suo diario postumo. Il 1927 è anche l'anno a mio parere più ritoccato (e non a caso più breve di tutti) nella sua redazione ultima, proprio perché costituiva l'ingresso in una struttura diaristica inusuale (Alvaro ne era ben consapevole) e, come tale, assumeva una dimensione emblematica, attuava un accesso introduttivo, creava un modulo di lettura che era valevole per tutto questo universo testuale.
L'anno si apre con un microracconto su un superstite dell'età pontificia, che a Roma guarda da una finestra una strada, la sua, da cinquant'anni; ed è una metafora della tecnica dello scrittore, che spia la vita per poterla riplasmare nella propria opera. Subito dopo c'è il fascismo: l'opposizione si è dispersa, il regime ha bisogno di un «bersaglio di cartone» e Alvaro sa di essere «uno di questi». In momenti di sconforto aveva pensato di rifugiarsi nel paese natìo, ma poi ha scelto di «adattarsi a questo ruolo», anche perché «il padrone ha una stima curiosa di me», e allora è meglio «tirare avanti», «a patto di essere cauti». Poi seguono annotazioni sparse su una teoria scientifica, su situazioni e personaggi colti al volo, sulla democrazia della bellezza femminile e su incontri con esponenti russi della cultura. A chiudere, la narrazione di uno strano intreccio erotico tra un autore austriaco di biografie romanzesche e tre donne che gli gravitano intorno: il tema che più di dieci anni dopo verrà svolto in Il caffè dei naviganti.
Quasi il triplo, rispetto alle undici pagine dell'anno di apertura, è lo sviluppo del 1947 (significativamente il massimo è dato dal 1944, con sessanta). Diminuisce ora di molto la quota della riflessione interiore e si infoltiscono in modo esponenziale le notazioni incisive sul carattere degli italiani e sui mutamenti prodotti dalla fase postbellica nella società italiana, e di quella meridionale in particolare, data la permanenza (breve) di Alvaro in quell'anno a Napoli come direttore del «Risorgimento». Perdurano ì segni del passato. Il figlio Massimo segmenta in minuscoli pezzi il pane, come faceva durante la prigionia, illudendosi così di «moltiplicare» la povera razione che gli veniva data; e una signora polacca sembra ballare spensieratamente in una sala, ma nel suo viso permane sempre l'ombra dell'incubo che l`attanaglia da quando «è stata cacciata viva in un forno crematorio tedesco», dal quale è potuta fuggire nuda, salvandosi, solo perché erano in troppi a essere stipati e «lo sportello non si chiudeva». Tornano anche i ricordi familiari (fino alla morte del padre ha lavorato «con l`idea di salire nella sua stima») e affiora qualche velata e dolente cifra autobiografica sul rapporto con la moglie, in perenne crisi: «Discorrevamo d'essere stati quasi sempre infelici, ma ci confessavamo di non avere mai pensato alla felicità».
E del presente? È una lettura sconsolata quella che Alvaro dà della ‘nuova’ società, che gli appare troppo simile a quella del ventennio. Muta l'aspetto nelle città, i nuovi benestanti sono «odiatori del prossimo e della libertà», un erotismo esibito percorre la quotidianità. Permane «il distacco tra il paese e il governo», «i giornali sono pieni di una politica che non interessa a nessuno» e «tutto è come una maschera vuota». Le forze democratiche sono imbelli e «riprovano ogni iniziativa laica»; il paese è caduto nelle spire del bigottismo e del reazionarismo, ed è la quarta drammatica sconfitta della democrazia (che «credo possa essere di nuovo soffocata tranquillamente») di cui è testimone Alvaro. Sono riapparsi i vecchi personaggi, quelli che erano al potere sotto il fascismo, ed è sempre crescente il peso della potenza clericale, che è solo al suo inizio nella vita politica del paese e lo sta portando all’«asfissia». Trattata come una colonia dagli inglesi durante la fine della guerra, l'Italia «non ha che una sorte di vassalla» e ripone ogni sua fiducia nell'America e «nell'onnipotenza della bomba atomica: senza percepire che con l'era inaugurata dalle sue due orride esplosioni «possa non esservi discendenza, posterità» (è il tema della Alcesti alvariana), e dunque «che sia terminata nel mondo l'epoca della speranza». Rimane ancora la fede nella letteratura: ecco perché ― ed è il sigillo ultimo di Quasi una vita ― «la favola della vita mi interessa ormai più della vita».
In controluce questo ‘diario’ disegna anche una mappa di contatti conoscitivi con la maggiore cultura europea, tracciata da un intellettuale che aveva eccezionali antenne ricettive nel captare l’importanza – spesso ancora sconosciuta in Italia – della Achmatova, di Benjamin, Brecht, Hesse, Huxley, Majakovskj, Mann, Orwell, Pasternak, Sartre: un antidoto al proliferare ― registrato impietosamente, ma non sprezzantemente ― del carrierismo e del conformismo, del servilismo e del provincialismo. La grandezza sconvolgente di Quasi una vita, che si situa nella più alta tradizione del moralismo europeo e trova un corrispettivo solo nei Minima moralia di Adorno, sta appunto nella lucidità nutrita di solitudine con cui compone un breviario di esistenza e di resilienza all’interno di una realtà sgretolata, nutrendo la coscienza irriducibile della negatività che lo ha oppresso sotto il regime totalitario. E che diviene ancora più sfiduciata ed amara nel postumo Ultimo diario (1948-1956) per il rinnovarsi e l’incrudirsi della delusione storica, nel rapido tramonto delle speranze in una vera palingenesi politica e sociale della nazione italiana, divenuta Repubblica.