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21/05/2026 ore 12.04
Leggendo Alvaro insieme

Itinerari (postumi) per l’Italia: gli ultimi due volumi giornalistici di viaggio

Roma vestita di nuovo e Un treno nel Sud hanno visto la luce soltanto dopo la morte di Alvaro. Li ha pensati, li ha voluti, ma non sappiamo se nella forma in cui ci sono stati consegnati. Sono, comunque, un esempio altissimo di giornalismo e di meridionalismo

di Aldo Maria Morace
Corrado Alvaro

Devo ritornare subito, anche per la saggistica alvariana pubblicata postuma, su un problema di fondo, già enunciato per la narrativa: non abbiamo documenti attestanti che Roma vestita di nuovo (1957) e Un treno nel Sud (1958) siano stati effettivamente strutturati dall'autore così come li possiamo oggi leggere nell'edizione curata da Arnaldo Frateili per l'editore Bompiani, all'indomani della morte dell'autore.

I due volumi costituiscono le ultime due parti della trilogia «Itinerario italiano», della quale la prima era stata pubblicata con questo titolo nel 1933 (e poi ampliata, anzi più che raddoppiata nel 1941: quella che ho analizzato nella puntata n. 15). Il sistema alvariano è rimasto sempre lo stesso: assemblare articoli di viaggio pubblicati sparsamente su quotidiani e periodici. Ma perché farlo? L'aveva chiarito lui stesso, come ho già specificato in quella puntata: «Ogni generazione di scrittori italiani rifà da capo i suoi conti con il proprio paese».

Allora, però, era un’Italia fascistizzata, e poi preda della crisi pervasiva dell’anteguerra; ed è indubitabile che ogni grande evento bellico segna una netta linea di frattura, dopo la quale la società si ritrova nuova e diversa. E Alvaro, l’Alvaro della contemporaneità bruciante, il meditativo testimone del proprio tempo, ora legge con occhi scrutatori e interpretativi un’Italia nuova e diversa, quella del dopoguerra, avendo come privilegiati punti focali di osservazione Roma e il Sud.

Non sono riuscito per ora ad avere alcuna prova che la strutturazione dei due volumi sia certamente autoriale, malgrado le ricerche negli archivi documentari della Bompiani e della Fondazione Alvaro. Anche l'inventario del fondo Alvaro, meritoriamente fatto compilare da Lucrezia Francavilla – che l’aveva ereditato da Massimo, suo amatissimo compagno – non ha nella sua puntuale registrazione un indice, sia pure provvisorio ma sicuramente alvariano, di queste due raccolte di prose giornalistiche. Ci sono, sì, molti dattiloscritti con correzioni autografe; e c’è stata perfino una mano che, in una fase posteriore, ha correlato esattamente questi documenti superstiti alle pagine dei volumi pubblicati. Posso anche attestare che essi riguardano una quindicina delle ventotto prose di Roma vestita di nuovo (in realtà, alcune di esse sono una fusione di più articoli) e una ventina delle trentadue (idem come sopra) di Un treno nel Sud. Ma che essi siano stati pubblicati così come Alvaro li aveva predisposti, questo proprio non posso affermarlo, almeno allo stadio attuale di ciò che sappiamo.

Sono comunque prose giornalistiche di Alvaro, anche se il loro numero e il loro ordinamento nei due volumi postumi di saggistica probabilmente non rispecchiano la precisa volontà dell'autore; e, pur se gravati da questa incertezza non da poco, possono essere analizzati nella loro veste a stampa. Preciso che non tutti gli articoli sono databili al dopoguerra: ci sono casi, e non pochi, in cui vengono riesumati dopo anni o decenni (è il caso, ad esempio, di Fiume 1921, in Roma vestita di nuovo, che è un mosaico di ‘pezzi’ usciti fra quell’anno e il ’23). E, per quanto riguarda l'ordinamento interno, osservo che in Roma vestita di nuovo sedici ‘pezzi’ sono tutti imperniati sulla capitale, poi ce n'è un altro che segna l'ampliarsi dell'orizzonte (Caratteri del Lazio), cui fanno seguito un articolo su Milano, quattro su Venezia, uno su Genova e tre su d'Annunzio e l'Abruzzo. Chiudono il volume la narrazione di un avventuroso giovane di Volterra, che dopo molte peripezie e molta fame giunse a essere emiro del Nepal, per poi tornare in patria e morire appena prima dell'unità d'Italia; e un profilo potente dell'opera di don Zeno Saltini, a lungo osteggiata dalla Chiesa e dallo Stato, e della sua Nomadelfia: un luogo senza geografia, sebbene ubicato in Toscana, perché fondato sulla solidarietà e sull’utopia di poter debellare l’essenza del mondo contemporaneo, «la tirannia del fatto economico» (in quella comunità evangelica non esistevano cognomi, né «denari in circolazione»).

Lo sguardo di Alvaro è sempre filtrato dal suo essere meridionale e dall'essere polarizzato sugli invisibili. A Milano si sa bene che l'imprigionamento dei torrenti rovinosi farebbe «la fortuna» della Calabria e della Sicilia, ma «i problemi fuori di Milano, a Milano non hanno importanza». In Veneto, in una spettrale Venezia d'inverno, il suo interesse va ai poveri della Giudecca e a quell’apostolato umano che ancora permane, come «spirito di carità privata», fra la gente umile del Veneto. Genova non lo attira, pur ammirandone la capacità di reazione e di ricostruzione: troppo armatoriale, troppo chiusa nella pratica economica per poter pensare a una vita decente da dare agli immigrati. Pescara è D'Annunzio; e vengono ripescati gli articoli scritti a caldo sull'esperienza diretta che ha avuto della Reggenza italiana del Carnaro, con a capo il Comandante, che però Alvaro riuscì soltanto a intravedere.

Il punto focale d’indagine è Roma, per cogliere i veloci cambiamenti urbanistici e sociali e psicologici che la città e i suoi abitanti stanno vivendo per effetto della modernizzazione. Ed è guardata, analizzata, da un immigrato che dopo anni di residenza continua a sentirsi «sempre di passaggio, e in qualche modo straniero», ma che proprio per questo può avere un'ottica rivelatrice. Roma gli appare una specie di «stazione balneare», in cui «tanti estranei non riescono a formare una parvenza di vita sociale», ridotta a un «trionfo dei fatti fisici e del fisico»: «una società dissociata» che «si diverte mostrando di potere spendere». La percorre un pessimismo della Storia e della vita: il simbolo che la esprime è la scalinata di Trinità dei Monti, dove è possibile scrutare la nuova società che si sta generando, all'insegna di un americanismo che le imprime un marchio colonizzante. Ci si vive «come in un placato esilio» per effetto della magia della luce, che la inonda e genera i sorrisi nelle strade, come altrove non avviene. Ma ci sono i reietti delle borgate, che vivono in condizioni insostenibili: un dramma sconosciuto ai privilegiati del centro storico che abitano la città eterna quasi fosse un set cinematografico. Se si vuole avere un'idea della Roma primitiva, bisogna allora andare nel Lazio, che «è il ricordo di Roma prima che diventasse scenario».

Un treno nel Sud è probabilmente il testo postumo più vicino all'ordinamento pensato da Alvaro. Ha una precisa logica strutturale: parte da Napoli, ‘legge’ la società meridionale e si chiude sulla Sicilia dei Malavoglia e delle aree interne, focalizzandosi soprattutto sulla Calabria come metafora della condizione esistenziale nel Sud del mondo (sono tredici gli articoli che la riguardano). È uno sguardo mai banale, quello di Alvaro: rifugge, ad esempio, da ogni luogo comune su Napoli e sulla Campania, con colpi di penna coagulatori («la stremata bellezza» di una vita che si vive «con forza disperata»). La povertà come colpa, la miseria «come un delitto» si colgono nel mercato degli schiavi a Benevento, dove i padri vendono i figli ancora bambini, o nell'eccidio di Andria, dove due sorelle possidenti vennero trucidate per un'esplosione improvvisa di odio classista in una folla impazzita, dando «il segno più acuto della crisi della società meridionale».

Gran parte degli articoli sulla Calabria come realtà e metafora della vita del Sud scaturisce da un viaggio-inchiesta effettuato per «La Stampa» nel 1948. Il male peggiore è l'analfabetismo (solo nel ’50 la metà degli abitanti della regione divenne alfabetizzata) e la fuga da una condizione degradata e umiliata (e il giornalista-scrittore si sofferma molto su quella femminile, fattiva e virile – come nel caso delle donne di Bagnara – e al tempo stesso oggettuale). Non si tratta solo di povertà e di disgregazione sociale: è un problema di cultura, di colpevole abbandono statale e di vergognosa «dimenticanza» da parte di tutta la nazione. «Bisogna pur dire queste cose», scrive Alvaro, e lo fa impietosamente: il cahier de doléances si sgrana senza toni gridati, ma con una lucidità di analisi che lo rende implacabilmente testimoniale. «La fuga» è l'aspirazione massima del vivere in Calabria; e sta divenendo impoverente esodo biblico. Eppure potrebbe «essere l'America» per chi ha denaro e iniziativa, ma anche l'apertura di un credito attesta la disparità con l’‘altra’ Italia (la stessa pratica riscuote mezzo milione in Calabria, di contro ai cinque di Firenze). Potrebbe costituire «la più grande riserva di energia elettrica in Europa» e, invece, i torrenti rimangono solo «mostri distruttori», senza interventi difensivi e produttivi.

Non bisogna tacitarla con l'assistenzialismo ma farla decollare con riforme oculate, come da quasi un secolo invocano le grandi voci del meridionalismo. Il protrarsi della condizione feudale, fino al fascismo compreso, ha avuto come conseguenza una spaventosa inefficienza nella gestione dei comuni e l'estremamente tardiva formazione di una classe media, altrove attiva da sei secoli. Ci vorranno investimenti ingenti da parte dello Stato per sanare i mali che si sono accumulati nei secoli, compresa la ’ndrangheta (e Alvaro è stato uno dei primi a parlarne apertamente), che ha corrisposto all’esigenza di «far paura» per esistere, stimolando il ricorrere all’«apparato illegale» per avere una forma di giustizia primitiva e repulsiva. È una regione non povera, ma impoverita, «riccamente ignara» delle proprie risorse: eppure conserva una dignità ancestrale ― e cita l'esempio di San Luca ― come bisogno di «qualcosa in cui credere». Proprio perché «ha virtù generose» e innato «senso di giustizia», quello calabrese non ha mai dato «spettacoli atroci ai quali sarebbe indotto forse qualunque altro popolo se fosse tanto duramente provato»; e «il paesaggio ha la classicità d’un protagonista di tragedia antica» perché conserva «l'impronta delle traversie» che ha attraversato, divenendo «un monumento dei secoli tempestosi».

Ancora una volta Alvaro, questo Alvaro ultimo e postumo, si riconferma grande meridionalista e rigoroso interprete della sua Calabria, nell'unico modo in cui poteva davvero porre la sua grandezza di scrittore al servizio della terra d'origine, consegnandole un'immagine rivelatrice, profonda e impietosa, della identità calabrese alla luce di quella civiltà nuova che si stava affacciando e che la stava trasformando (e corrompendo). Lapidariamente mette a nudo che le opere pubbliche, concepite soprattutto «come palliativo sociale», hanno ingenerato una mentalità distorta in imprese e lavoratori, sicché la Calabria, non sentendosi parte organica della nazione, ha ignorato lo Stato così come ne è stata ignorata, subendo le conseguenze di una «cattiva o distratta amministrazione». Alvaro è lontanissimo da ogni nostalgia neoborbonica, da una monarchia che sentiva il problema meridionale «come beneficenza a popolazioni per natura povere». Ma non può tacere l’oltraggio sistematico al territorio fisico (per disboscamento e dilavamento), né può non stigmatizzare la corrotta inettitudine, squallidamente clientelare, della classe dirigente. E professa la sua ripugnanza per l’intellettualità che si chiude nel culto del passato, glorioso per plurisecolare nobiltà culturale, ma denervato se non diviene spinta propulsiva per progettare il futuro. Scrivere della Calabria per Alvaro voleva dire porre la comunità nazionale davanti ai «sotterranei rimorsi» che tenta di rimuovere, confessando però di non poter nascondere il suo coinvolgimento animistico: «Ho sentito dire da molti stranieri che è una delle più belle d’Italia. Io non lo so perché l’amo».

E oggi, leggendo queste sue prose, così lucide e profetiche, raffinate e documentate, interpretative e narrative, non possiamo non amarla disperatamente. Come lui e attraverso lui.