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30/11/2025 ore 12.25
Leggendo Alvaro insieme

Misteri e avventure, una raccolta di novelle alla ricerca di una strada nuova

Una lettura “diversa” di una raccolta di novelle che è la meno indagata. Fra quelle alvariane. È stata composta sotto l’influsso di Massimo Bontempelli, ma non solo: c’è, in controluce, l’Alvaro della solitudine

di Aldo Maria Morace
Corrado Alvaro

Decisamente protesa a una diversa sperimentazione di struttura e di scrittura è Misteri e avventure. Pubblicata come Gente in Aspromonte nel 1930, questa raccolta di novelle è formata da diciotto testi, tutti scritti tra il 1925 ed il ’29 e raggruppati in tre sezioni di sei novelle ciascuna, con simmetria non casuale perché ognuna è caratterizzata da una diversa linea ispirativa. Misteri e avventure è la meno frequentata dalla critica fra le raccolte alvariane di novelle; ed è, anche, l’unica a non aver mai avuto una riedizione, essendo quella che più si allontana dal tracciato mitico-regionalistico che tradizionalmente connota lo scrittore.

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Il perché è facile da individuare. Qui Alvaro è permeato dalla suggestione di Bontempelli, del quale condivise da vicino l’avventura di «900», divenendo segretario della redazione romana di questa importante rivista. L’influsso del ‘realismo magico’ era percepibile già molto presente nelle pagine eoliane di L’uomo nel labirinto, ma ora diviene aperta adesione alla poetica ‘novecentista’, che caratterizza l’intera raccolta. È un tentativo di penetrazione metafisica nel mistero delle cose, per rivelarne l’essenza nascosta, attraverso un viaggio nell’immaginario che parte dalla fase eroica del cristianesimo.

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La creazione di «atmosfere in tensione», l’animazione della staticità delle figurazioni pittoriche quattrocentesche, che sfonda la paratìa del tempo e ridà vita alle presenze che sono state (e che vengono riflesse negli oggetti, nel tempo, nella memoria), si misura lungo tutta la prima sezione, «Boccadoro». È una rimodulazione di episodi agiografici attinti dal leggendario medievale, e soprattutto dalle Vite dei Santi Padri del Cavalca (nel 1915 Bontempelli ne aveva curato una edizione). Le figure ricorrenti sono quelli di eremiti (Schirano, Paolo d’Alessandria, Cristoforo, Girolamo) in solitudini tentate da presenze diaboliche, visitate da incubi mostruosi e persone misteriose; e il divino si rivela in miracoli circonfusi di lucido stupore, che conservano l’incanto della favola ― corruttiva o catartica ― e il ritmo dell’oralità popolare, edificante eppure turbata dall’infiltrarsi del male.

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Perché questa ambientazione temporale, che risale ai primordi del cristianesimo? È, quell'epoca, una specie di ‘infanzia del mondo’, animata da un immaginario profondo della religiosità. Allora i diavoli potevano innescare perdizioni estreme, seguite da espiazioni disumane, come avviene a Boccadoro che torna a una dimensione umana solo quando parole umane tornano ad essere da lui udite, dopo anni di silenzio. In quel tempo la natura poteva animarsi di una vita misteriosa e terrifica: nella sua caverna Il primo eremita si sente circondato dalla presenza di persone misteriose, di voci sommesse e di spiriti. Sono «le favole degli uomini», che vivono i loro incubi visionari; e anche in questo mondo tornano improvvisi (Le tre serve caste) «i primi sentimenti dell'infanzia», «i primi odori e sapori dell'adolescenza», la vita animistica degli elementi, tanto che sembrava possibile udire il «misterioso crepitio sotterraneo dei fiori e delle erbe». Si compiono conversioni e rivelazioni miracolose, culminanti nella storia di una Maddalena pentita, La bella Caterina, che dall'inutile bramosia degli oggetti e dei lussi ― barattata con la vendita del corpo ― si affaccia alla vita quotidiana degli uomini; e vorrebbe congiungersi carnalmente con un bellissimo Cavaliere, che invece la purifica con una comunione simbolica, rivelando la sua entità divina.

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Nella seconda sezione, «Viaggi attraverso le cose», la scrittura si fa metaforica e surreale, fra favola e parabola utopica, per delineare immaginari percorsi attraverso paesi (Metropoli, l’isola di Gunaica, Kefalea, la Nuova Atene) che la narrazione fa lievitare dalla realtà presente, trasfigurandola in chiave fantastica. Il gioco è fondato sui temi tipicamente alvariani del trapianto impossibile in un’altra società e della corruzione che scaturisce dal contatto distruttivo tra mondi diversi («a Kefalea, che noi avevamo veduto negli ultimi istanti della sua vita antica, finiva tutta una civiltà»). L’equilibrio instabile tra realtà e visione si realizza invece pienamente nella novella che dà il titolo alla sezione: in essa il «viaggio» dentro la realtà nascosta del reale è il transito, autobiograficamente velato, da una contrada di paese alle stanze inquiete di Metropoli, popolate di voci estranee che devono essere interpretate, poiché i ritratti e gli oggetti si animano di una vita misteriosa, densa di segreti.

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Il motivo bontempelliano dello specchio come diaframma fra realtà diverse, come superficie da cui riemergono le figure che vi sono state riflesse, diviene così in Viaggi attraverso le cose una favola librata fra il reale e il surreale, fra il so­gno e il mi­stero. Il movimento di riemersione e di sommersione dallo ― e nello ― spazio ignoto si focalizza, in ultimo, sulla rigidità cerea di figure sorprese, pirandellianamente, nel tentativo di esistere, di vivere, per uscire dal loro stato limbale del non essere né vivi, né morti. Ma non si può essere vivi se non possedendo passato e memoria; e il ricordo si congiunge con l’inocularsi del dolore. Una incrinatura improvvisa fende il viso di cera, spezzandolo: «Allora la vidi cadere in frantumi ai miei piedi».

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L’ultima e la meno bontempelliana sezione della raccolta, «Serate in città», è ambientata tutta nella divorante solitudine metropolitana a partire dalla novella con questo titolo, che racconta accoratamente una fine dell’innocenza attraverso il piacere della crudeltà. I contatti di sguardi e di anime rimangono sparsi come un magnetismo (Storia degli amori non fatti), quasi senza rivelarsi, per una geometria dell’elusione che preserva dalla delusione e consente la regressione al tempo sognante dell’adolescenza; e le pulsioni d’amore si sfiorano appena, come nastri slittanti nel tempo, senza giungere ad incrociarsi. È il caso, appunto, della bellissima Avventure: un fantasma di donna viene disegnato dalla immaginazione di uno sradicato, nella solitudine anonima di una pensione, attraverso un paio di scarpe posto fuori da una stanza. Il personaggio, senza volto e senza nome, percorre «la città come in sogno», sempre da solo, alla ricerca di un incontro che dia un senso alla sua insignificanza; e quando esso avviene, si guardano dalle due sponde opposte di un fiume, si vedono riflessi «nello specchio dell’acqua», si perdono nel brulichìo insensato delle strade. Poi, quando il personaggio maschile va via dalla pensione, una porta si apre e l’immagine della donna sognata si congiunge con quella intravista, ma solo per riconoscersi e perdersi per sempre.

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Non è un caso che Sera di domenica sia stata collocata nell'ultima sede della sezione e della raccolta, oltre ad essere cronologicamente fra le più tarde per data di pubblicazione. Si coglie in essa un ormai compiuto mutamento di poetica narrativa, così come cambiano l’ambientazione (Berlino) e il nome della figura femminile, Elfrida, in una sala da ballo della «città enorme» e nevosa. Due uomini sono in gara perché vorrebbero farle conoscere il contatto della carne, ma sono fermati dal suo rifiuto perché «troppo piccola». A dominare è una disperata solitudine; e la ricerca di un contatto ― qualsiasi, purché ci sia ― si carica di una tensione disperata, nell’enorme anonimato di una moderna metropoli. L’avventura di «900» si è conclusa; e Alvaro si avvia ormai a esplorare la fenomenologia e la patologia della nuova società, in una civiltà che gli appare pervasa dall’istinto di morte.