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14/01/2026 ore 17.27
Lo Stato Siamo Noi

Conoscere gli alfabeti del potere mafioso per batterlo: il fondamentale ruolo degli educatori in Calabria nella lotta alla ‘ndrangheta

Capire la trama del dominio dei clan e i sottili meccanismi di condizionamento e controllo sociale, smontare le narrazioni mitizzanti delle mafie anche per sottrarle al fascino simbolico che esercitano. Ecco perché una vera Pedagogia dell’Antimafia può rivelarsi efficace per rompere il giogo

di Giancarlo Costabile

«Dovete mettere in discussione il potere delle mafie. Basta con questo stato di cose. Gli educatori hanno una funzione chiave in Calabria nella promozione del cambiamento». Con queste parole, Beniamino Fazio, capo centro operativo della Direzione Investigativa Antimafia di Catanzaro, si è congedato qualche mese addietro dai 200 studenti e studentesse di Pedagogia dell’Antimafia che hanno gremito l’aula Solano dell’Università della Calabria per partecipare alla sua lezione dedicata al contrasto alla cultura mafiosa.

Agli universitari di Arcavacata, il capo della DIA di Catanzaro, ha spiegato la necessità di rompere in Calabria il legame tra cultura e potere mafioso perché la ’ndrangheta non è soltanto crimine organizzato ma soprattutto sistema economico-sociale che ricerca il consenso popolare su cui basa la sua pervasività nel territorio.

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Nei Quaderni di Pedagogia dell’Antimafia, editati da Gazzetta del Sud, Fazio ha recentemente ribadito le sue idee educative, parlando della necessità di una vera e propria rivoluzione culturale da promuovere a queste latitudini: «In Calabria – scrive il capo della DIA – la mafia è qualcosa di più subdolo. Non si presenta sempre col volto feroce della minaccia. Si manifesta piuttosto come apparente normalità: la raccomandazione che apre le porte, il silenzio che protegge, la parentela che comanda, il favore che sostituisce la legge. In alcune realtà – continua Fazio – la ’ndrangheta si presenta come un liquido amniotico culturale: avvolge silenziosamente l’individuo sin dall’infanzia, ne accompagna la crescita e ne modella l’identità. Non si sceglie: si eredita. Ma proprio per questo – conclude –, spezzare il cordone ombelicale diventa un atto rivoluzionario».

Secondo la banca dati della DIA di Catanzaro, nel Distretto che interessa, oltre alla città capoluogo di regione, anche le province di Cosenza, Vibo e Crotone, sono oltre 50mila le persone “attenzionate” per presunti rapporti con la ’ndrangheta. Numeri che rivelano una presenza strutturale dei poteri criminali di matrice mafiosa nelle relazioni economiche, culturali e simboliche della Calabria.

Ed è proprio nella nostra terra che si gioca una delle partite più delicate dello Stato. Perché qui la mafia ha dimostrato di non aver bisogno di sparare per esercitare logiche di dominio e sudditanza. Le basta essere percepita come inevitabile. O peggio, come scrive Fazio, «utile».

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L’antimafia, a questo punto, deve definirsi quale processo formativo permanente, impegnato nella costruzione di cittadinanza consapevole e nuove responsabilità collettive. Perché la ’ndrangheta non è riducibile a un insieme di (odiosi) reati ma è una complessa e articolata struttura di potere che si può contrastare soltanto con una visione alternativa che si radichi nella cultura della partecipazione, della giustizia sociale, della corresponsabilità e della memoria trasformativa.

Nell’approccio antimafia di Fazio, l’azione investigativa non si esaurisce nella repressione, ma tende a configurarsi come spazio pedagogico in grado di produrre sapere pubblico. Parlare agli studenti delle università e delle scuole, ai loro docenti e agli operatori sociali, significa disvelare la trama del dominio mafioso e i suoi sottili meccanismi di condizionamento e controllo sociale. Conoscere gli alfabeti del potere criminale assume un valore educativo centrale poiché permette di rompere la delega passiva allo Stato e stimola i cittadini a partecipare attivamente alla difesa della legalità democratica.

È in tali procedure formative che si rivela l’efficacia di una vera e propria Pedagogia dell’Antimafia, intesa quale educazione al pensiero trasformativo e al senso critico come antidoti per guarire dai mali dell’indifferenza, della rassegnazione e dell’analfabetismo civico.

La ’ndrangheta non è affatto invincibile, può (e deve) essere sconfitta mettendo in discussione le false rappresentazioni sociali e quelle visioni stereotipate che alimentano, a livello popolare, silenzio, contiguità e sudditanza. Dobbiamo smontare le narrazioni mitizzanti delle mafie per restituire la loro realtà fatta di violenza, di sopraffazione e di danni sociali, anche per sottrarle al fascino simbolico che esercitano in modo particolare nei contesti di marginalità.

L’esperienza del capo catanzarese della struttura antimafia voluta da Giovanni Falcone nel 1991 dimostra che lo Stato, nelle sue articolazioni territoriali, sta lavorando alacremente per svegliare le coscienze anche sul piano educativo. Adesso tocca ai calabresi impegnarsi collettivamente per una nuova stagione di protagonismo popolare e sociale.

Falcone e Borsellino – ma tutte le 1100 vittime innocenti di mafia –, vengono uccisi perché lasciati soli, privi del sostegno fondamentale della società civile; per tali ragioni, tocca oggi a tutti noi mettere in atto una nuova etica delle responsabilità, fondamentale in Calabria per destrutturare la forza della ’ndrangheta che era, e resta, fondata sulla famiglia di sangue. Un vincolo ancora estremamente forte, testimoniato dal basso livello di pentitismo (e dalla sua fragile affidabilità) registrato all’interno dei clan calabresi in maniera fortemente dissimile da ciò che è invece accaduto nella mafia siciliana, soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta di fine millennio. La criminalità calabrese ha una struttura unitaria, verticistica e gerarchica che nel tempo, grazie alle relazioni con la massoneria deviata e i centri occulti del potere, è riuscita a penetrare profondamente nel tessuto politico-economico del Paese e del mondo intero.

Il potere mafioso non è un (ineluttabile) destino da subire e da accettare, ma una costruzione storica che può essere attaccata e disarticolata. Dipende da noi, soltanto da noi.

La liberazione, insegna la Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, è un processo collettivo: chiama in causa tutti. Nessuno escluso. Non abbiamo bisogno di cittadini “intermittenti” ma di donne e uomini impegnati a difendere la propria dignità. In Calabria, lo Stato c’è. Adesso tocca a noi dimostrare di essere davvero Stato e comunità di persone libere.

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