La “rivoluzione” del rettore Gianluigi Greco: l’università come pedagogia pubblica della democrazia
L’ateneo si propone come presidio culturale e civile, promotore di legalità e cittadinanza critica: «Restare non è rassegnazione, ma una scelta di protagonismo». Su questa linea si inserisce anche la riorganizzazione del Centro residenziale annunciata ieri
«Il Centro Residenziale è l’anima dell’UniCal e rappresenta il nostro tratto identitario più forte», ha dichiarato il rettore Gianluigi Greco nella giornata di ieri, annunciando la riorganizzazione del più grande campus italiano. L’obiettivo della nuova governance di Arcavacata è tutelare concretamente il diritto allo studio dei giovani, a partire da chi versa in una condizione di svantaggio sociale.
Unical, nuova vita per il Centro Residenziale: Alfredo Mesiano è il nuovo direttore, potenziati alcuni servizi«Molti dei nostri iscritti – spiega Greco in una nota di ateneo – usufruiscono dei servizi di alloggio e mensa: a loro va la nostra attenzione più alta, perché il diritto allo studio deve accompagnarsi a una esperienza di vita nel campus sempre più dinamica, stimolante e coinvolgente. Vogliamo che ogni studente si senta parte integrante di una comunità supportata da un’amministrazione sempre presente. Stiamo lavorando – conclude – per consegnare nuovi alloggi e spazi di socialità, per fare in modo che il nostro campus sia un luogo di crescita accogliente e funzionale».
Il rettore ha inoltre precisato che la riorganizzazione del Centro Residenziale sarà accompagnata da un piano di ascolto diretto degli studenti, articolato in assemblee a cadenza quindicinale presso i vari quartieri residenziali. Il primo di questi appuntamenti è fissato per il prossimo 30 marzo, alle ore 17:00, presso l’Anfiteatro “Maurizio Grande” del Centro Residenziale. La scelta non è casuale: richiama idealmente lo storico incontro di oltre cinquanta anni fa tra Beniamino Andreatta e le prime 600 matricole dell’UniCal. «Torniamo in quel luogo simbolo – ha aggiunto Greco – per rinnovare quel patto di fiducia e comunità».
Una scelta forte e qualificante, quella del rettore, perché le università neutrali non esistono. Che piaccia o meno, che lo si comunichi con chiarezza o meno, ogni accademia universitaria esercita di fatto una funzione strategica sul piano politico. Le università formano coscienze, costruiscono visioni della vita e del mondo, affermano legami profondi tra le epistemologie dei saperi e le responsabilità di cittadinanza.
Il rettorato di Gianluigi Greco, tra i massimi studiosi al mondo di Intelligenza Artificiale, si muove in questa prospettiva: alcune parole chiave come innovazione, inclusione, responsabilità pubblica ne definiscono l’orizzonte culturale. Si tratta di vere e proprie categorie progettuali che interrogano, in profondità e strutturalmente, il ruolo dell’università quale infrastruttura democratica dei saperi. Un’istituzione che, soprattutto in un territorio segnato da disuguaglianze strutturali e da una storica fragilità dello Stato come la Calabria, è chiamata a svolgere una (difficile) funzione di educazione civile collettiva e promozione di riscatto sociale.
Nel suo intervento conclusivo ad una recente manifestazione antimafia promossa dall’ateneo, il rettore Gianluigi Greco ha collocato l’impegno della più grande università della regione dentro una visione trasformativa dell’accademia, chiamata a formare cittadini consapevoli e non solo professionisti competenti. «La ’ndrangheta quotidiana – ha osservato Greco durante il suo convincente discorso – è esattamente ciò che Borsellino combatteva con la parola. Ecco il grande ruolo dell’università, che con coraggio può affiancarsi alla lotta di polizia e alla lotta di magistratura. L’università rompe questo codice criminale ogni volta che trasforma un’aula in un presidio di verità, proprio come oggi».
Il compito di un’istituzione universitaria, nella prospettiva del giovane rettore, è esattamente questo: «Trasformare l’informazione in formazione: essere “piantatori di alberi”. Lo possiamo fare direttamente, con l’azione di alcuni nostri docenti e attraverso iniziative importanti. Ma la nostra azione può essere davvero molto più capillare – ha chiarito Greco».
La lotta culturale deve passare attraverso ogni singolo dipartimento, ogni singolo corso di laurea, ogni singola lezione che l’ateneo eroga: «Un presidio di cultura come questa istituzione ha, infatti, anche l’altissimo compito di costruire immaginari; trasmettere competenze quindi, ma anche evocare orizzonti di libertà». Profetica la sua narrazione: «Lasciare al futuro la possibilità di avere orizzonti liberi è il primo e più essenziale presidio contro ogni mafia».
Il rettore ha le idee decisamente chiare sulla funzione trasformativa ed emancipativa del sapere accademico. «L’università pubblica è un baluardo a difesa della democrazia, ha dichiarato Greco nel corso di una bellissima intervista rilasciata qualche settimana addietro al giornalista della Redazione centrale messinese di Gazzetta del Sud, Paolo Cuomo. Un pensiero che assume una (nobile) dimensione politico-educativa: l’università è il luogo dove si apprende una professione quanto un modo di stare nel mondo. Nel tempo della semplificazione epistemologica, della propaganda e della velocità deregolamentata dell’informazione digitale, l’università diviene il tempo della formazione del pensiero critico, della relazione con la complessità, della distinzione autentica tra verità e manipolazione. È il luogo dove si forma una cittadinanza in grado di riconoscere la propria direzione dalle tendenze manipolative dei media e di opporvisi con consapevolezza.
Ma la “pedagogia pubblica” dell’università si misura anche sul terreno dell’uguaglianza sostanziale. «L’università è l’ascensore sociale senza il quale il Paese rischia di cristallizzare le proprie disuguaglianze», sottolinea il rettore a Cuomo. In questa prospettiva, garantire l’accesso alla conoscenza significa rendere effettivi la Costituzione (articolo 3 comma 2) e il diritto allo studio quali strumenti di emancipazione. L’università diventa così un luogo di costruzione dell’appartenenza democratica, in cui studenti e studentesse imparano a riconoscere le istituzioni come spazi comuni, di cui essere responsabilmente parte.
In Calabria, questa funzione assume un valore ancora più importante proprio per la storia della nostra terra. «La legalità cessa di essere un’astrazione per farsi pratica quotidiana attraverso la forza del sapere», afferma ancora Greco nell’intervista a Gazzetta del Sud firmata da Cuomo. La cultura della legalità non si impone per legge, ma si costruisce sul piano pedagogico, attraverso la demistificazione dei fenomeni criminali e la formazione di coscienze capaci di anteporre il diritto alla scorciatoia, la dignità all’interesse immediato. È una pedagogia lunga, paziente, che agisce sul tessuto profondo della società.
Questa visione umanizzante del sapere accademico riguarda anche l’Intelligenza Artificiale, campo di eccellenza della ricerca di Greco, chiamata a essere governata pedagogicamente. «La tecnologia deve restare un motore di emancipazione e non diventare uno strumento di controllo». Qui il sapere accademico si assume una responsabilità politica davvero decisiva: formare cittadini e professionisti in grado di leggere criticamente gli algoritmi, riconoscerne i pregiudizi, difendersi dalla manipolazione del consenso. L’educazione digitale diventa così una nuova frontiera della cittadinanza democratica: per certi versi, la più affascinante.
Quando il rettore parla di sviluppo per la Calabria, rifiuta ogni visione meramente economica. «Non esiste progresso duraturo senza un investimento radicale nel capitale umano», dice Greco nel corso del suo dialogo con Cuomo. Lo sviluppo, nella sua visione, è un processo educativo prima ancora che produttivo, in cui università, lavoro e innovazione concorrono a restituire dignità sociale e futuro ai territori. L’Università della Calabria è chiamata a essere motore di questo «ecosistema della conoscenza», capace di trattenere e attrarre talenti, rompendo la narrazione della marginalità come destino.
Il messaggio del rettore ai giovani è, in questo senso, esplicitamente etico-morale: «Restare non è rassegnazione, ma una scelta di protagonismo». Restare o tornare significa assumersi una responsabilità storica, partecipare alla costruzione di una classe dirigente nuova, competente e radicata nei valori costituzionali. «La Calabria è un laboratorio a cielo aperto», un luogo in cui il futuro può essere scritto se sostenuto da sapere, etica e visione.
L’immagine conclusiva scelta da Greco – «un grande ponte dentro cui si studia, si ricerca e si vive» – diventa così una potente metafora pedagogica. Un ponte che unisce culture e persone, radici e futuro, territorio e mondo. È l’idea di un’università che non si limita a trasmettere conoscenze, ma educa alla libertà, formando cittadini capaci di attraversare la complessità del presente con coscienza critica, responsabilità e speranza. «Il futuro appartiene a chi ha il coraggio di immaginare qualcosa di inimmaginabile».
Il sapere non è mai neutro né autoreferenziale, ma orientato alla capacità di immaginare ciò che ancora non esiste. E quando i saperi dialogano tra loro – come sta accadendo ad Arcavacata –, possono davvero diventare una forza di traino per il riscatto della Calabria e una leva concreta per scrivere nuove pagine di futuro.