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22/05/2026 ore 15.18
Venti di comunicazione

Il capitalismo del sorriso. Il lusso non sorride, non cerca consenso. Cerca desiderio

La pubblicità è uno specchio sociale onesto. Racconta senza filtri come il sistema vede le persone. Al target ricco non devi spiegare troppo, devi creare esclusività. Al target popolare invece devi rassicurare, semplificare, promettere appartenenza

di Luigi Vircillo

Ci sono dettagli nella comunicazione che la gente non vede, ma sente. Li assorbe. Li metabolizza senza rendersene conto. È il motivo per cui alcune pubblicità sembrano “importanti” ancora prima di capire cosa stanno vendendo. È il motivo per cui un brand ti fa percepire lusso, autorevolezza o povertà senza mai dirtelo apertamente.

Da direttore creativo, ci sono ossessioni che mi porto dietro ogni giorno. Piccole cose che per molti sono invisibili, ma che in realtà raccontano interi mondi sociali. Una di queste è semplicissima: chi sorride e chi no.

Aprite una campagna Rolex, Dior, Chanel. Guardate Vuitton. Sfogliate Hermès. I volti quasi mai sorridono. Lo sguardo è distante, freddo, irraggiungibile. A volte annoiato. Nei ristoranti stellati succede la stessa cosa. Gli chef sembrano sacerdoti, non amici. Le auto di lusso non sorridono mai. Una Porsche non comunica simpatia. Una Bugatti non ti strizza l’occhio. Nemmeno il tono di voce lo fa. È asciutto, elegante, quasi glaciale.

Dall’altra parte invece c’è il mondo che sorride sempre. Lidl sorride. McDonald's sorride. Eurospin sorride. La nuova Fiat Panda sorride. Le pubblicità delle finanziarie sorridono. Le compagnie telefoniche sorridono. Le assicurazioni sorridono. Persino i pacchi di wurstel nei discount sembrano felici di vederti. Anche Ikea sorride. Mulino Bianco sorride da quarant’anni. Kinder costruisce mondi dove tutti sembrano vivere in una domenica eterna.

E questa cosa non è casuale. Non è estetica. È sociologia travestita da pubblicità. Perché il lusso non sorride? Perché chi comunica lusso non vuole piacerti. Vuole essere desiderato. È una differenza enorme. Il sorriso crea vicinanza, empatia, accessibilità. Dice: “sono come te”. Il lusso invece deve dire l’opposto. Deve essere distante. Superiore. Inarrivabile. Deve farti sentire che stai guardando qualcosa che appartiene a un altro livello sociale, culturale, economico. Il lusso non cerca approvazione. Cerca aspirazione.

È quasi una dinamica psicologica animale. Ciò che sorride troppo spesso viene percepito come disponibile. E ciò che è troppo disponibile perde valore simbolico. Per questo nelle campagne luxury trovi silenzi, immobilità, ombre, pose rigide, facce neutre. Anche il ritmo dei video è lento. Rarefatto. Ti obbliga a stare zitto e guardare.

Nel mondo popolare invece succede il contrario. La comunicazione deve rassicurarti. Deve farti sentire accolto. Deve dirti che stai facendo una scelta intelligente, conveniente, umana. E allora ecco le famiglie felici, i bambini che ridono, il panino che esplode di felicità, il cassiere simpatico, la coppia che brinda con uno yogurt in mano come se avesse vinto alla lotteria.

È comunicazione emotiva costruita per abbassare la distanza.

Ed è incredibile quanto tutto questo entri nel cervello delle persone senza che nessuno lo analizzi davvero. Perché la società pensa di scegliere razionalmente, ma spesso sta solo reagendo a codici visivi ripetuti migliaia di volte.

Il ricco viene rappresentato come composto, controllato, silenzioso. Il povero come caloroso, espansivo, spontaneo.

Guardate anche le case nelle pubblicità. Quelle di lusso sembrano musei. Non ci vive nessuno. Non c’è disordine. Non c’è vita vera. Quelle popolari invece hanno la colazione, il cane, i figli, il caos, il caffè sul tavolo.

Anche il cibo segue questa regola. L’alta cucina viene fotografata fredda, minimale, quasi chirurgica. Il fast food invece cola, esplode, ride, abbonda. È pornografia emotiva del consumo.

E più inizi a notare queste cose, più capisci che la pubblicità non vende prodotti. Vende identità sociali. Ti dice chi sei. O chi vorresti essere.

La parte più affascinante è che questi codici cambiano persino il nostro comportamento reale. La gente nei locali di lusso ride meno forte. Parla più piano. Si veste in un certo modo. Assume le posture della comunicazione che ha consumato per anni. È come se il branding uscisse dai cartelloni e finisse direttamente nei corpi delle persone.

E no, non è una teoria complottista. È semplicemente il potere della ripetizione visiva.

Chi fa il mio lavoro non riesce più a guardare una campagna senza smontarla mentalmente. Colori, luci, casting, espressioni, silenzi, musica, persino il tipo di sorriso scelto. Tutto è costruzione percettiva.

Anche i colori parlano di classe sociale. Il lusso usa nero, beige, grigio, bianco sporco, tonalità spente. La comunicazione popolare usa rosso, giallo, blu acceso, colori energici, veloci, immediati. Non è un caso se Ferrari comunica il rosso in maniera aristocratica, mentre un fast food usa il rosso esplosivo per stimolare fame e impulso.

La verità è che la pubblicità è uno specchio sociale onesto. Racconta senza filtri come il sistema vede le persone.

Al target ricco non devi spiegare troppo. Devi evocare. Devi creare esclusività. Devi quasi togliere informazioni. Al target popolare invece devi rassicurare, semplificare, sorridere, promettere comodità, convenienza, appartenenza.

Uno compra per distinguersi. L’altro compra per sentirsi incluso. E forse è proprio questa la cosa più affascinante della comunicazione: il fatto che riesca a entrare nella testa delle persone senza chiedere permesso.

Non ce ne accorgiamo quasi mai. Pensiamo di guardare una pubblicità per pochi secondi e invece lei resta lì, sedimentata da qualche parte. Nelle percezioni. Nei desideri. Nel modo in cui giudichiamo il successo, la bellezza, il potere, perfino la felicità.

Perché alla fine la comunicazione non vende solo prodotti. Educa inconsapevolmente lo sguardo della società.

E allora succede una cosa incredibile: iniziamo ad associare il silenzio al lusso, la freddezza all’eleganza, la distanza al prestigio. E dall’altra parte associamo il sorriso alla convenienza, alla semplicità, alla normalità popolare. Non è scritto da nessuna parte. Nessuno ce lo spiega apertamente. Ma lo impariamo guardando migliaia di immagini ogni giorno. È una grammatica invisibile.

È chiaro che esistono eccezioni. Campagne di rottura, progetti che scelgono deliberatamente di rompere queste regole e ribaltare i codici. Ma restano, appunto, eccezioni. Esercizi creativi.

Ed è questo che mi affascina del mio lavoro dopo anni passati dentro campagne, brand, strategie e direzioni creative: capire che la pubblicità non influenza solo ciò che compriamo. Influenza il modo in cui ci comportiamo, il tono con cui parliamo, il tipo di posto in cui ci sentiamo all’altezza di entrare.

Per questo continuo a fissarmi su dettagli che sembrano inutili. Un’espressione. Un colore. Un volto troppo felice o troppo freddo. Perché spesso è proprio lì, dentro quelle sfumature, che la comunicazione smette di essere marketing e diventa fenomeno sociale.

Buona comunicazione a tutti.