Calabria, l’eccellenza ostacolata: il peso della mediocrità sulla crisi della sanità regionale
Responsabilità politiche e strutturali frenano il settore. Dall’assenza di centri di primo livello al collasso del 118, un sistema che continua a respingere il merito
In Calabria si continua a parlare di emergenza sanitaria come se fosse una calamità naturale, inevitabile, fuori dal controllo umano. E invece no, è il prodotto di decenni di scelte sbagliate, di mediocrità premiata, di visioni corte e di una politica incapace di costruire qualcosa che vada oltre il consenso immediato.
La domanda è semplice: perché in Calabria non esistono veri centri di eccellenza medica riconosciuti a livello nazionale? E, soprattutto, perché quando qualcuno prova a costruirli, lo si ostacola fino a spegnerlo? Si potrebbe proporre un vasto elenco di esempi simili ma sarebbe inutile perché chi, in qualunque altra regione, sarebbe stato valorizzato, sostenuto, messo nelle condizioni di attrarre investimenti, ricercatori, pazienti e prestigio, nella nostra terra è stato ignorato o volutamente sottovalutato.
Purtroppo in Calabria chi emerge spesso viene visto come un problema perché troppo spesso chi ha idee, progetti, competenze e una visione chiara viene emarginato. Chi invece brancola nel buio, ma è pseudo-politicamente utile, sale sul podio. È una logica antica, quasi feudale, meglio circondarsi di fedeli che di persone capaci. Meglio non avere il timore che qualcuno possa mettere in ombra il politico di turno, togliergli visibilità o, peggio ancora, sottrargli clientele; perché, alla fine, questa è la realtà.
Eppure il paradosso è evidente; in regioni come . Eppure il paradosso è evidente; in regioni come Lazio e Lombardia la sanità privata convenzionata e quella pubblica convivono, collaborano, si integrano. Non sempre perfettamente, ma con risultati che attirano pazienti da tutta Italia. Là la sanità privata non viene vista necessariamente come un nemico, ma come un tassello di un sistema più ampio, dove conta soprattutto offrire servizi efficienti ai cittadini. In Calabria, invece, il sospetto è che si preferisca mantenere il caos. Un caos che favorisce pochi e penalizza tutti gli altri.
Perché un sistema sanitario inefficiente produce dipendenza, clientele, favori, intermediazioni. Produce cittadini costretti a emigrare per curarsi, famiglie disperate, liste d’attesa infinite, pronto soccorso al collasso. Lo stesso vale per il 118. Da oltre vent’anni si elencano sempre gli stessi problemi: mezzi insufficienti, personale scarso, postazioni carenti, territori interni isolati, tempi di intervento incompatibili con qualsiasi idea di emergenza moderna. Possibile che in due decenni non sia cambiato quasi nulla? Possibile che nessuno sia stato in grado di capire che spendere male significa spendere di più per avere meno?
La verità è che spesso la politica calabrese continua a ragionare in termini di sopravvivenza elettorale e non di costruzione del futuro. Si preferisce distribuire piccoli privilegi anziché progettare grandi riforme. Si preferisce moltiplicare incarichi, consulenze e poltrone piuttosto che investire davvero in medici, infermieri, tecnologie e ricerca. Eppure basterebbe molto meno di quanto si pensi per invertire la rotta. Servirebbe il coraggio di valorizzare chi vale davvero. Servirebbe mettere ai vertici persone competenti e non solo i fedeli. Servirebbe capire che un centro di eccellenza non è una minaccia, ma una ricchezza per tutti.
Perché una regione che funziona è un vanto per il politico di turno ma una regione che allontana i cervelli migliori e premia l’incompetenza è una regione che esporta eccellenze per importare inefficienza.