Calabria maglia nera per gli anni di vita non in buona salute e non ci si cura perché costa troppo: i numeri dell’abisso sanitario
Per le donne 30 anni di vita all’ombra della malattia, per gli uomini più di 25: è record negativo in Italia. Il deserto della prevenzione: screening (quasi) all’anno zero. Il rapporto Sussidiarietà e Salute analizza l’eredità del commissariamento: un fallimento
Non è solo una questione di numeri, ma di vite sospese. Il sistema sanitario calabrese emerge dalle pagine dell'ultimo Rapporto Sussidiarietà e Saluta 2025/2026 come il caso più critico d’Italia, un "buco nero" dove il diritto alla salute sembra essersi cristallizzato in una cronica inefficienza.
Mentre la media nazionale prova faticosamente a risalire, la Calabria resta affossata in una "doppia negatività": prestazioni di scarsa qualità e disavanzi finanziari privi di copertura.
L'eredità del fallimento: anni di commissariamento inutile
Per oltre un decennio, la Calabria è stata soggetta a un commissariamento statale che, invece di risanare, ha cronicizzato il disastro. Anni in cui il potere sostitutivo dello Stato si è ridotto, in maniera grottesca, a un valzer di vertici senza mai intervenire sulla struttura amministrativa sottostante. L’emblema di questo fallimento resta quella surreale intervista televisiva in cui un ex commissario, in piena emergenza Covid, chiedeva se spettasse a lui preparare il piano pandemico. Il risultato? I cittadini calabresi pagano oggi le addizionali Irpef più alte d'Italia per finanziare una voragine che cresce di anno in anno, ricevendo in cambio servizi non proprio d’eccellenza.
Vivere di più, ma vivere peggio: i numeri dell'abisso
I dati demografici sono spietati. Se è vero che la vita si allunga, in Calabria lo fa all’ombra della malattia: i maschi calabresi detengono il record negativo di anni attesi di vita non in buona salute (25,76 anni), seguiti dalle femmine che arrivano a superare i 30 anni di sofferenza (30,63). Non va meglio per i più piccoli: la mortalità infantile in regione tocca quota 4,2 per mille, contro una media nazionale di 2,6. Non stupisce, dunque, che la Calabria sia all'ultimo posto nell'indice di esclusione Eurispes 2025, con un punteggio di 109,9 che segna un divario di oltre 15 punti rispetto alle zone più virtuose del Paese.
Prevenzione e Oncologia: un deserto assistenziale
Il capitolo prevenzione è un bollettino di guerra. La Calabria è all'ultimo posto assoluto per copertura degli screening oncologici: per il tumore al collo dell'utero si ferma al 16,95%, per la mammella a un misero 8,11% e per il colon-retto precipita al 4,39%. Il punteggio finale del Nuovo Sistema di Garanzia (Nsg) per quest'area è di 9,3 su una soglia minima di sufficienza fissata a 60. Anche la presa in carico dei pazienti oncologici è la peggiore d'Italia, con pochissimi residenti che riescono a farsi curare all'interno delle reti regionali e solo 4 percorsi diagnostici (Pdta) specifici attivi.
La trappola economica: chi è povero rinuncia a curarsi
In Calabria, la sanità è un lusso che molti non possono più permettersi. Il 55,6% dei cittadini dichiara di aver rinunciato a una visita specialistica a causa dei costi eccessivi, e il 59% ha fatto lo stesso per accertamenti diagnostici. Chi ha le risorse, invece, scappa: la spesa per la mobilità sanitaria verso il Nord in sole quattro regioni del Sud, tra cui la Calabria, copre oltre la metà del totale nazionale. È un sistema "perverso" che sposta ricchezza dai territori più poveri a quelli più ricchi (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna), vanificando gli sforzi di perequazione statale.
La spesa per la mobilità sanitaria che non riguarda le regioni confinanti (quindi gli spostamenti verso i poli d'eccellenza del Nord) è trainata da quattro regioni del Sud: Calabria, Sicilia, Puglia e Campania. Insieme, queste quattro regioni spendono 587 milioni di euro per questo tipo di mobilità, una cifra che rappresenta il 57,4% del totale nazionale per questa categoria. In definitiva, la migrazione dei cittadini calabresi e del Sud verso il Nord sposta ricchezza dai territori meno abbienti a quelli più ricchi, vanificando i meccanismi statali di redistribuzione del reddito.
Il paradosso della copertura finanziaria
Il sistema di finanziamento evidenzia una disparità enorme tra le capacità delle diverse regioni. Mentre la Lombardia riesce a coprire quasi il 60% della propria spesa sanitaria con entrate proprie, la Calabria arriva appena al 10%. Questa debolezza strutturale costringe la regione a dipendere quasi totalmente dai trasferimenti statali, che però vengono erosi dai costi della mobilità passiva (ovvero i soldi che la Calabria deve "rimborsare" alle regioni del Nord che curano i suoi cittadini).
La spinta alla fuga: il deserto della prevenzione
Le cifre sugli screening oncologici spiegano numericamente perché i cittadini cerchino cure altrove. In Calabria la copertura degli screening è la più bassa d'Italia. Qualche esempio: Screening mammografico: solo l'8,11% (contro il 59,83% della Lombardia o l'82,46% della P.A. di Trento); screening del colon-retto: un misero 4,39%; screening della cervice uterina: il 16,95%. Il punteggio finale della Calabria per quest'area è di 9,3, a fronte di una soglia di sufficienza fissata a 60.
L'indice di esclusione Eurispes 2025
La mobilità sanitaria è uno dei 23 indicatori che compongono l'Indice di Esclusione Eurispes 2025, dove la Calabria detiene il primato negativo nazionale con un punteggio di 109,9. Questo dato segna un divario di oltre 15 punti rispetto al Trentino-Alto Adige (94,4), evidenziando come la migrazione sanitaria sia non solo una scelta individuale, ma il sintomo di una vera e propria "esclusione" dal diritto alla salute.
Tra medici cubani e scommesse Pnrr: quale futuro?
Per tamponare l’emorragia di personale, la Regione ha dovuto ricorrere a misure di extrema ratio, come l'impiego di medici provenienti da Cuba e l’autorizzazione a contratti per medici non specializzati. La speranza è ora appesa ai fondi del Pnrr: sono previste 63 Case della Comunità e 20 Ospedali di Comunità, ma al momento queste strutture restano in gran parte sulla carta. Solo 22 strutture sono attualmente "assimilabili" a Case della Comunità e gli ospedali territoriali sono ancora a quota zero.
La sfida è titanica: passare da una gestione basata sulla singola prestazione a una vera presa in carico della persona. Senza un nuovo patto sociale che metta al centro la dignità del malato, la Calabria rischia di restare la periferia dimenticata del diritto alla salute.