Sezioni
Edizioni locali
05/08/2026 ore 21.58
Sanità

Il miracolo dei giudici: la sanità è guarita con un cavillo. Il commissariamento esce dalla porta di servizio

La Corte dei Conti sceglie il “non luogo a pronuncia” e la Regione Calabria festeggia. Intanto la sanità calabrese resta al verde. Di medici, di medicine e di speranze

di Raffaele Florio

Per comprendere la portata della decisione con cui la Corte dei Conti ha stabilito che «non vi è luogo a pronuncia» in merito al percorso di uscita della Calabria dal commissariamento sanitario, occorre sgombrare il campo dalle interpretazioni politiche e attenersi al dato tecnico. La formula adottata dalla Magistratura contabile non equivale a un’approvazione, né tantomeno a una certificazione di guarigione dei conti sanitari regionali. Dal punto di vista strettamente giuridico, la Corte non ha promosso, non ha bocciato e non ha validato l’operato della Regione: si è semplicemente arrestata di fronte a una fase procedurale rimasta incompiuta.

Naturalmente, nella narrazione trionfalistica della Regione guidata da Roberto Occhiuto, questo colossale “no comment” è stato subito venduto ai cittadini come un’assoluzione con formula piena, magari da festeggiare con le bollicine. Peccato che la realtà sia leggermente diversa. La Magistratura contabile non ha certificato proprio nulla. Non ha promosso i conti, non ha vidimato la gestione, non ha dato alcun via libera. Ha solo deciso di non decidere.

Per ricostruire l’origine di questo stallo è necessario riavvolgere il nastro alla fine di giugno, quando la stessa Corte dei Conti aveva fatto esattamente il suo dovere: aveva aperto un’istruttoria e bloccato l’uscita dal commissariamento. Il motivo? Elementare, Watson: il vecchio Piano di rientro era scaduto e di quello nuovo non c’era nemmeno l’ombra. E senza piano, l’uscita dal commissariamento è come fare un salto nel vuoto senza paracadute.

Quei rilievi devastanti sulle voragini dei conti e sulle carenze strutturali della sanità regionale sono ancora tutti lì. A oggi non sono stati superati da una smentita di merito, ma sono stati neutralizzati nei fatti dalla tempistica amministrativa. Nessuno li ha smentiti. Nessuno li ha cancellati. Sono stati semplicemente scavalcati con un salto ostacoli procedurale.

Ma lo smacco vero, oltre che politico, è sulla cronologia delle carte. Solo dopo la sberla rimediata a giugno dalla Corte dei Conti, la Regione si è ricordata che serviva un nuovo Piano di Rientro. Lo ha redatto in fretta e furia e lo ha depositato il 7 luglio. Con oltre due mesi di ritardo sulla tabella di marcia e con un Consiglio dei Ministri che, ad oggi, quel documento non lo ha ancora nemmeno aperto.

Un ritardo colpevole trasformato magicamente in un alibi per ottenere un “non luogo a procedere”. Se la burocrazia fosse uno sport olimpico, avremmo il record del mondo.

L’assenza di una pronuncia di merito da parte della Corte dei Conti lascia dunque aperto un vuoto istituzionale. La Magistratura contabile ha preso atto dell’interruzione dell’iter formale, evitando di esprimersi sul contenuto del piano. Il risultato è un paradosso amministrativo: l’uscita dal commissariamento non viene avallata da una verifica di solidità finanziaria, ma scivola su un binario morto procedurale.

Mentre sul piano istituzionale si registra questo non-giudizio, il quadro clinico della sanità calabrese rimane invariato nei suoi indicatori strutturali. I dati sulla migrazione sanitaria verso altre regioni, i Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) stabilmente sotto le soglie minime di legge, la scopertura degli organici negli ospedali e la frammentarietà della medicina territoriale raccontano una realtà che nessun cavillo formale può modificare. Senza un piano validato dal Governo e senza una verifica rigorosa dei conti, la sospensione del giudizio non risolve la crisi: la rinvia soltanto, lasciando gli utenti della sanità pubblica di fronte alle medesime carenze di sempre.

Invece nei palazzi del potere ci si scambia compiacenti pacche sulle spalle per un cavillo ritagliato su misura, fuori dagli uffici la sanità calabrese resta la solita trincea a cielo aperto. Negli ospedali mancano i medici, mancano gli infermieri, scarseggiano persino i farmaci di base. L’assistenza domiciliare va a singhiozzo, le liste d’attesa sono un insulto alla parola “cura” e i servizi sul territorio sono un miraggio. I “viaggi di salute” verso il Nord restano l’unica reale prestazione sanitaria garantita.

La Corte dei Conti non ha dato alcuna luce verde. Ha scelto l’ignavia, che tra tutti i peccati della pubblica amministrazione resta il più grave. Perché mentre la politica canta vittoria sul nulla e i magistrati si lavano le mani nella vasca del cavillo procedurale, in Calabria la gente continua a soffrire. E, purtroppo, a morire.