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14/07/2026 ore 06.15
Sanità

Lascia Milano e sceglie Cosenza, il prof Fresilli: «Se i calabresi avranno fiducia in noi, raggiungeremo il nostro obiettivo»

Dopo una brillante carriera tra ricerca e clinica in uno dei più prestigiosi ospedali universitari italiani, il giovane anestesista e rianimatore scommette sulla Calabria. «Voglio contribuire a fare dell’Annunziata un punto di riferimento nazionale»

di Battista Bruno

Ha lasciato uno dei più prestigiosi ospedali universitari d’Italia per scommettere sulla Calabria. È la scelta del professor Stefano Fresilli, anestesista e rianimatore, laureato in Medicina e Chirurgia alla Sapienza di Roma a soli 23 anni con il massimo dei voti e la media più alta della sua sessione, specializzato all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, dove ha svolto attività clinica e accademica come anestesista rianimatore e professore a contratto.
Due pubblicazioni sul New England Journal of Medicine, decine di lavori scientifici sulle principali riviste internazionali e l’abilitazione alle funzioni di professore associato fanno di Fresilli uno dei giovani medici italiani con il curriculum più prestigioso. All’Università della Calabria sarà ricercatore in tenure track, il percorso che conduce al ruolo di professore associato, e svolgerà attività clinica, ricerca e formazione presso l’ospedale Annunziata di Cosenza.


La sua scelta è maturata anche grazie al progetto di crescita dell’Università della Calabria e dell’Azienda ospedaliera di Cosenza e al confronto con il professor Andrea Bruni, ordinario di Anestesia e Rianimazione e direttore del Dipartimento di Emergenza e Urgenza. Fresilli ne sottolinea il profilo di rianimatore di alto livello clinico e scientifico, capace di coniugare qualità organizzative e una visione orientata all’innovazione e allo sviluppo del Dipartimento.
L’obiettivo è ambizioso: contribuire a elevare ulteriormente il livello della sanità calabrese, sviluppando ricerca internazionale, innovazione clinica e formazione delle nuove generazioni di medici, affinché i pazienti possano trovare in Calabria le stesse opportunità di cura offerte dai grandi policlinici italiani.
Lo abbiamo intervistato.

Professore, lei lascia una delle realtà ospedaliere e universitarie più prestigiose d’Italia, il San Raffaele di Milano. Che cosa l’ha convinta a scegliere l’Università della Calabria e l’ospedale di Cosenza?
Non lo vivo come un lasciare, ma come un portare altrove quello che ho imparato. Al San Raffaele ho avuto la fortuna di formarmi in un ambiente che tiene insieme assistenza e ricerca ad alto livello e resto legato a quel gruppo, con cui continuo a collaborare. La posizione all’Università della Calabria mi offre però una cosa diversa: costruire una linea di ricerca clinica quasi dall’inizio, dentro un progetto che unisce università e ospedale.

Ha parlato di un progetto di crescita che coinvolge insieme Università e Azienda ospedaliera. Quali potenzialità vede oggi nella sanità calabrese e quali sono, invece, le sfide più difficili da affrontare?
Le potenzialità partono dall’Annunziata stessa, che come ospedale hub raccoglie una casistica ampia e complessa ed è questa la materia prima su cui si costruiscono sia l’esperienza clinica sia la ricerca. A ciò si stanno affiancando investimenti concreti in strumentazione e personale, insieme all’arrivo di nuovi docenti universitari di rilievo. Messi insieme, questi elementi permettono di alzare il livello clinico complessivo e di offrire cure ai massimi livelli, specialmente nei casi clinici più complessi.
Quanto alle sfide, la più impegnativa è dare continuità a questo percorso. Dotarsi di nuova strumentazione e attrarre personale qualificato è il primo passo; il difficile è trattenere le competenze e farle lavorare in modo integrato tra università e ospedale, evitando che gli sforzi restino episodici.


La Terapia Intensiva rappresenta uno dei settori più complessi della medicina moderna. Quali innovazioni e quali modelli organizzativi intende portare a Cosenza sulla base dell’esperienza maturata a Milano?
A Milano ho imparato che, in terapia intensiva, la differenza non la fa quasi mai il singolo macchinario, ma il modo in cui il reparto lavora attorno al paziente. Contano i percorsi condivisi, gli stessi per tutti, dalla ventilazione al monitoraggio emodinamico fino alla gestione dell’ECMO, la discussione regolare dei casi e l’abitudine a rivedere con onestà i propri risultati. Sono queste pratiche quotidiane, più della tecnologia in sé, a migliorare gli esiti dei pazienti. All’Annunziata prende avvio la cardiochirurgia e con essa la cardioanestesia e la cardiorianimazione, gli ambiti in cui ho lavorato in questi anni a Milano. È un percorso a cui tengo particolarmente e che vorrei contribuire a far crescere.

Ricerca, assistenza e formazione saranno tre pilastri del suo lavoro. Quanto è importante che un ospedale pubblico partecipi ai grandi studi clinici internazionali e quali benefici possono arrivare direttamente ai pazienti?
È importante perché partecipare ai grandi studi non è un fatto accademico, è un modo di curare meglio. Un reparto che entra nei trial internazionali si allinea agli standard più aggiornati e acquisisce un metodo rigoroso di raccolta e verifica dei dati e questo si riflette sull’assistenza di tutti i pazienti, non solo di quelli arruolati negli studi. Al paziente arrivano benefici concreti: percorsi coerenti con le migliori evidenze disponibili, un monitoraggio più attento, la possibilità in alcuni casi di accedere prima a trattamenti promettenti in un contesto controllato e sicuro. Un ospedale pubblico che fa ricerca, inoltre, offre ai propri medici una ragione per restare e questo è forse il beneficio meno visibile ma più duraturo.

Molti giovani medici lasciano il Mezzogiorno per costruire la propria carriera altrove. Che messaggio vuole lanciare a chi oggi pensa che sia impossibile fare ricerca e medicina di alto livello in Calabria?
Capisco chi parte, perché alcune difficoltà sono reali. Quello che vorrei però far passare è un messaggio diverso: bisogna smettere di pensare che tutto ciò che è al Sud sia arretrato e tutto ciò che sta altrove sia migliore. Non è così. A Cosenza il livello clinico che un paziente può trovare già oggi è ottimo e chi sceglie di lavorare qui non rinuncia a nulla sul piano della qualità. Sul piano universitario avviamo un progetto nuovo, ma non partiamo da zero. Nella nostra unità operativa sono già attivi decine di studi clinici e trial, la prova concreta che in Calabria la ricerca di alto livello è una realtà, non una promessa. A chi è indeciso direi di non dare per scontato che le opportunità siano solo altrove: molte sono qui e altre si possono costruire, un pezzo alla volta.

Il suo obiettivo dichiarato è contribuire a portare l’Annunziata di Cosenza ai livelli dei grandi policlinici italiani ed europei. Se dovesse immaginare l’ospedale di Cosenza tra cinque anni, come vorrebbe che fosse cambiato e quali risultati vorrebbe aver raggiunto?
Preferisco indicare una direzione più che promettere traguardi, perché in medicina i risultati vanno guadagnati. Tra cinque anni vorrei un reparto che partecipa in modo stabile a studi multicentrici, con percorsi clinici standardizzati e con giovani formati qui che scelgono di rimanere. Vorrei che riuscissimo a promuovere noi stessi diversi studi internazionali, con Cosenza nel ruolo di centro capofila. E vorrei che i pazienti calabresi non pensassero nemmeno a spostarsi, perché consapevoli di avere le migliori cure vicino a casa. Se tra cinque anni un paziente si affiderà all’Annunziata con la stessa fiducia con cui oggi cerca i grandi centri del Nord, avremo raggiunto ciò che conta davvero.