Sanità calabrese, il 118 e una storia che non cambia: il gioco infinito degli intoccabili e degli esclusi
Con Azienda Zero il meccanismo non muta: i rubinetti della spesa regionale rischiano di aprirsi ancora di più e l’esperienza insegna che spesso a beneficiarne sono sempre gli stessi nomi
Nel grande caos della sanità calabrese ci sono almeno due cose che, nel corso dei decenni, sono rimaste immutate. Due pilastri granitici, apparentemente intoccabili: la condizione degli ospedali e l’organizzazione del servizio di emergenza-urgenza del 118. Chiunque abbia osservato da vicino la sanità regionale negli ultimi trent’anni sa che non si tratta di una novità. È piuttosto una continuità. Una tradizione consolidata, quasi codificata, che resiste a governi regionali di ogni colore politico, a commissariamenti, riforme annunciate e cambi di governance.
Nel sistema delle postazioni del 118 sembra esistere, da sempre, un doppio binario. Da una parte quello degli intoccabili: presenze stabili, consolidate nel tempo, con condizioni operative che sembrano sempre restare a loro favorevoli. Dall’altra parte il binario degli esclusi, dei vessati, di coloro che periodicamente si ritrovano sotto la lente di ingrandimento delle ispezioni, delle verifiche, dei controlli ripetuti. Una dinamica che negli anni ha prodotto un copione ormai noto: ricorsi amministrativi, decisioni rimesse in discussione dalle direzioni generali, obiezioni spesso discutibili provenienti dai responsabili del sistema 118. Un circolo che si ripete ciclicamente, come se il tempo non passasse mai davvero.
È una storia lunga. Una storia fatta di lustri e di decenni. Nel frattempo gli ospedali continuano a vivere una condizione strutturale fragile, tra reparti sotto organico, servizi ridotti e territori interi che vedono allontanarsi il diritto alla cura.
Oggi si affaccia un nuovo attore: Azienda Zero, il modello organizzativo che la Calabria ha deciso di adottare guardando ad altre esperienze regionali, come ad esempio quella dell’Ares Lazio. Nelle intenzioni dovrebbe portare maggiore coordinamento, efficienza e razionalizzazione della spesa sanitaria ma l’impressione diffusa tra molti operatori del settore è che il cambiamento possa restare più formale che sostanziale. Con Azienda Zero, infatti, i rubinetti della spesa regionale rischiano di aprirsi ancora di più. E quando accade nella sanità calabrese, l’esperienza insegna che spesso a beneficiarne sono sempre gli stessi nomi. Magari se ne aggiunge qualcuno nuovo e non è raro che, scavando un po’, si scopra l’appartenenza a questo o quel riferimento politico, ma i protagonisti principali restano quasi sempre gli stessi. Gli stessi nomi che da anni compaiono nelle procedure di assegnazione, negli affidamenti, nelle gestione delle postazioni. Gli stessi nomi che, nel tempo, sono diventati parte strutturale di un sistema che continua a produrre disservizi. Disservizi che ormai si protraggono da oltre vent’anni, a nulla servendo le continue denunce dei media o le frequenti indagini giudiziarie.
È un’altra storia di sanità calabrese.
Un’altra storia di guerra tra poveri, dove operatori e professionisti finiscono spesso per combattersi tra loro mentre il sistema resta immobile.
E, soprattutto, è l’ennesima vicenda in cui il paziente diventa l’ultima ruota del carro, se resta ancora spazio per lui.
Perché alla fine ciò che davvero non cambia sono i meccanismi e, curiosamente, anche alcuni nomi che continuano a restare sempre gli stessi, indipendentemente dal colore politico di chi governa la Regione. Chissà perché.