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08/02/2026 ore 21.00
Sanità

Sanità in Calabria: un’emergenza permanente tra ospedali in affanno e fuga di cervelli

Concorsi deserti, professionisti stremati, reparti che sopravvivono grazie alla buona volontà di pochi. La Regione ricorre sempre più frequentemente a medici stranieri o a cooperative esterne. Una soluzione che però non affronta il nodo centrale: rendere attrattivo il sistema sanitario locale

di Domenico Oliva

La sanità calabrese continua a vivere in uno stato di emergenza che non è più episodico, ma strutturale. Il sistema dell’emergenza-urgenza, che dovrebbe rappresentare la spina dorsale della tutela della salute pubblica, mostra criticità organizzative evidenti: tempi di intervento disomogenei, pronto soccorso sovraffollati, carenza di posti letto e una rete territoriale incapace di assorbire la domanda sanitaria ordinaria. Il risultato è una pressione costante sugli ospedali, trasformati in frontiera permanente dell’assistenza.

Negli ultimi anni si è assistito a uno smembramento progressivo di presidi ospedalieri, tra reparti accorpati, chiusure temporanee divenute definitive e servizi ridimensionati. In molte aree interne della regione, il diritto alla salute si traduce in lunghi spostamenti verso i pochi hub rimasti operativi. Una programmazione che avrebbe dovuto razionalizzare la spesa si è spesso trasformata in desertificazione sanitaria.

A questa fragilità strutturale si somma la cronica carenza di personale medico e infermieristico. Concorsi deserti, professionisti stremati da turni massacranti, reparti che sopravvivono grazie alla buona volontà di pochi. La Regione, per tamponare l’emergenza, ricorre sempre più frequentemente a medici stranieri o a cooperative esterne. Una scelta che può rappresentare una soluzione temporanea, ma che non affronta il nodo centrale: rendere attrattivo il sistema sanitario calabrese per i propri professionisti.

Il paradosso è evidente. Mentre la Calabria importa medici, molti giovani camici bianchi calabresi emigrano. La Spagna, in particolare, è diventata una meta privilegiata: contratti più stabili, retribuzioni competitive, organizzazione più efficiente, prospettive di carriera chiare. Non è solo una fuga di cervelli, ma un impoverimento sistemico. Ogni medico formato rappresenta un investimento pubblico che va a beneficio di altri Paesi, lasciando la regione con un vuoto difficile da colmare.

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In questo scenario si inseriscono le ombre sollevate da inchieste giornalistiche e denunce pubbliche: interessi privati che gravitano intorno al sistema sanitario, intrecci tra politica e gestione delle strutture, affidamenti e consulenze che alimentano sospetti. La percezione diffusa è che la sanità, invece di essere terreno esclusivo di tutela dei diritti, sia talvolta diventata spazio di influenza e potere.

Non si può continuare a raccontare la sanità calabrese solo come un problema di risorse economiche. Il nodo è organizzativo, gestionale e culturale. Serve una pianificazione seria del fabbisogno di personale, un rilancio della medicina territoriale, una rete dell’emergenza realmente integrata e investimenti mirati sulle competenze. Occorre soprattutto trasparenza nelle scelte e responsabilità politica.

La Calabria non può rassegnarsi a un sistema sanitario di serie B. La salute non è un terreno di propaganda né un capitolo di bilancio da comprimere: è un diritto costituzionale. E ogni giorno di ritardo nelle riforme pesa sulla vita concreta dei cittadini, costretti a scegliere tra viaggi della speranza o attese che nessuno dovrebbe sopportare.

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