Capodanno Rai, la Calabria in 5 milioni di case ma l’immagine non basta e la dignità non dura un conto alla rovescia
Occhiuto si specchia nei dati Auditel ma il cittadino che aspetta mesi per una visita specialistica non mangia con lo "share" televisivo. Per far crescere la regione non servono armi di distrazione di massa né “belle cornici”: Catanzaro non è lo sfondo di un karaoke polveroso
C’è qualcosa di profondamente malinconico nel risveglio del primo gennaio in Calabria. Mentre le luci del palco di Catanzaro si spegnevano e i coriandoli si mescolavano al vento della zona porto, restava solo l’eco delle canzoni di Orietta Berti, e un sapore agrodolce in bocca. Quello di una regione che, ancora una volta, si trova a litigare con lo specchio che la televisione le mette davanti.
Anche io voglio dire la mia. Partiamo da quel titolo, quel termine — "esilio" — usato per descrivere la trasferta Rai nel capoluogo. È stata una coltellata, inutile girarci intorno. Perché non è solo una parola sbagliata, ma l’essenza di un pregiudizio che ancora fatica a morire. Definire "esilio" il trovarsi a Catanzaro, davanti a un mare che ha visto nascere civiltà, significa non aver capito nulla di questa terra. Mi dispiace per il collega di Fanpage. Il sindaco Fiorita ha fatto bene a ruggire, perché la Calabria non è un castigo, ma è un privilegio. Eppure, questa difesa d'ufficio ci ricorda quanto siamo ancora fragili, quanto basti un aggettivo fuori posto per farci sentire, di nuovo, cittadini di serie B.
Ma siamo onesti. Se da una parte ci siamo offesi per il "come" ci hanno chiamati, dall'altra dovremmo interrogarci sul "cosa" abbiamo mostrato. Mentre a Cosenza, noi lo abbiamo scritto, l'aria vibrava con la poesia moderna di Brunori Sas, sul palco nazionale della Rai andava in scena un’operazione nostalgia che puzzava di naftalina, che sembrava uscita dalle teche degli anni '80.
È questo che vogliamo essere? Un museo di vecchie glorie per rassicurare il pubblico dei cenoni? La Calabria è una terra che pulsa di talenti contemporanei, di scrittori, di musicisti d'avanguardia, di chef stellati. Vederla ridotta a sfondo per un "karaoke collettivo" un po’ polveroso fa male. Fa male perché abbiamo l’oro e continuiamo a venderlo come bigiotteria.
E poi c’è la solita, stancante guerra tra province. Cosenza contro Catanzaro, Reggio contro tutti. Politici che contano i minuti di visibilità come se fossero centimetri di un confine. Questa frammentazione è il nostro veleno. Mentre ci accapigliamo per decidere in quale piazza debba stare il palco, perdiamo di vista il fatto che, fuori dall'inquadratura delle telecamere, le strade per raggiungere quelle piazze sono dissestate e gli ospedali faticano a restare aperti.
Il Presidente Occhiuto parla di milioni di contatti, di "ritorno d’immagine". I numeri non mentono: la Calabria è entrata nelle case di 5 milioni di italiani. Ma l’immagine, da sola, non basta. Un milione di euro (ho capito bene?) speso in fuochi d'artificio e cachet stellari è un investimento o una distrazione di massa? Il cittadino che aspetta tre mesi per una visita specialistica non mangia con lo "share" televisivo.
Il Capodanno 2026 ci lascia una lezione importante. La Calabria non deve più chiedere il permesso di esistere e non deve più accontentarsi di essere una "bella cornice". Abbiamo bisogno di uno show che ci somigli davvero: fiero, moderno, colto. Meno "Techetechetè" e più anima. Meno polemiche sui titoli di giornale e più cura per ciò che resta quando le telecamere si spengono e i riflettori lasciano il posto alla luce cruda del mattino.
Perché la Calabria non è un esilio. È una casa che meriterebbe, finalmente, di essere abitata con dignità tutto l'anno, non solo per la durata di un conto alla rovescia.
*Documentarista