Sezioni
Edizioni locali
16/03/2026 ore 06.30
Spettacolo

Giacomo Triglia e Dario Brunori, il cinema documentario che scortica il silenzio

Il documentario trasforma luoghi e dialetto in protagonisti. Dall’Unical alla Sila, passando per la metafora botanica de “L’albero delle noci”, Triglia mostra come l’origine e la lingua madre diventino strumenti indispensabili per un artista che lotta contro la sterilità creativa

di Gianfranco Donadio

C’è un’immagine, quasi a metà del film, che dice tutto senza bisogno di sottotitoli. Dario Brunori è seduto al pianoforte, le spalle leggermente curve, circondato dal disordine creativo dello studio che somiglia più a un cantiere navale dopo una tempesta che a un tempio della musica. Non sta suonando. Fissa il vuoto. In quel silenzio granuloso, catturato dalla camera di Giacomo Triglia con una discrezione che rasenta l’invadenza affettiva, si avverte il peso di quel guscio che non vuole spezzarsi. “Il tempo delle noci” (adesso su Rai Play) non è un documentario musicale. È un referto autoptico sulla paura di non avere più nulla da dire, eseguito mentre il paziente è ancora vivo, vegeto e maledettamente ironico, come sa essere Brunori.

Triglia non commette l’errore fatale dei registi di music-film contemporanei cercandone il culto della personalità. Avendo camminato accanto a Brunori per vent’anni, ne conosce le crepe meglio delle vette. Lo sguardo che posa sul cantautore è quello dell’antropologo che osserva una specie rara impegnata nel rito più faticoso di tutti: la muta. Siamo lontani anni luce dai dietro le quinte patinati, da quelle agiografie in 4K dove ogni dubbio è solo un passaggio sceneggiato verso il trionfo. Qui il fango è vero. La crisi non è un espediente narrativo, ma una densa nebbia che avvolge le sessioni con Riccardo Sinigallia, un produttore che agisce come un chirurgo dell’anima, costringendo Dario a spogliare le canzoni fino a farle sanguinare.

Tutto il racconto è impregnato di quell’odore di terra bruciata e mare d’inverno che è la Calabria, ma non quella da cartolina. È la Calabria dell’Unical calpestata da studente, dove la forma mentis di Brunori si è stratificata tra economia e esistenzialismo. Il documentario scava in questa radice. Il dialetto non è un vezzo coloristico, ma una lingua madre che affiora nei momenti di massima tensione o di massimo abbandono. È il rifugio semantico dove le parole smettono di essere “belle” per tornare a essere giuste, pesanti come sassi della Sila. Triglia inquadra i luoghi non come sfondo, ma come co-autori di un disco che ha rischiato di non nascere mai. La struttura de “L’albero delle noci” diventa così una metafora botanica della resistenza. La noce ha bisogno di tempo. Ha bisogno di freddo. Brunori incarna questa lentezza ostinata, contrapposta al fragore improvviso del palco di Sanremo 2025. Un contrasto che Triglia gestisce evitando la retorica del successo. Sanremo appare quasi come un’interferenza, un test di stress per un uomo che sta cercando di capire se la sua voce ha ancora un peso specifico o se è diventata soltanto un rassicurante rumore di fondo. Le animazioni a carboncino che punteggiano la pellicola sono graffi neri su fogli bianchi. Sporcano la visione. Rappresentano l’inconscio di un artista che teme la sterilità, un corpo a corpo verbale sull'autenticità che rende l’aria nello studio irrespirabile.

Il montaggio procede per strappi e carezze. Alterna il materiale d’archivio a momenti di vita quotidiana dove la banalità di un gesto diventa epifanica. In un’epoca di documentari-spot, questo è un atto di sabotaggio. È un’opera profondamente antropologica perché studia l’uomo dietro la maschera, il timore del fallimento che abita dietro gli occhiali spessi. Non c’è traccia di quella perfezione asettica che appiattisce gran parte della produzione attuale. La grana del racconto è ruvida. Triglia ci restituisce un uomo che ha capito che la creatività non è un rubinetto da aprire a comando, ma un ecosistema fragile che va protetto dal rumore bianco del mondo.

Poi la realtà decide di superare la messinscena. Ho finito di guardare il documentario, ancora piacevolmente stordito da quel senso di rinascita silenziosa, quando mi ritrovo con mia figlia nel ventre caotico dell’aeroporto di Lamezia Terme. È appena atterrato il volo, la scia di Sanremo è ancora calda. Ed eccolo lì. Dario. Non il santino mediatico, ma l’uomo del film. Trascina un bagaglio a forma di chitarra, una sagoma nera che sembra l’estensione del suo stesso braccio. È stanco, ha gli occhi di chi ha dato tutto e non sa se gli è rimasto qualcosa per il viaggio di ritorno verso casa. In quel momento, la finzione di Triglia è evaporata lasciando spazio alla carne. Mia figlia Beatrice lo guarda e mi sussurra: “Guarda! È il papà di Fiammetta”. Io guardo lui e quella custodia rigida che racchiude, letteralmente e figurativamente, il peso di quel legno che ha finalmente ripreso a cantare. Non c’era posa, non c’era lo schermo a proteggerlo. C’era solo un uomo che tornava nei suoi luoghi, nella sua lingua, a piantare finalmente quell’albero che per sessantacinque minuti avevamo visto solo sognare. Ci salutiamo in una breve stretta di mano. Rimane addosso la sensazione di aver spiato non un cantante, ma un vicino di casa che ha lasciato la luce accesa per combattere i suoi fantasmi. E quel bagaglio, visto dal vivo, non era un accessorio ma era la prova fisica che la musica, a volte, è l’unica cosa che ci permette di tornare a casa interi.