In Calabria arriva “L’amante” con Marchesi e Solder: «Portiamo in scena un gioco fatto di desiderio, potere e maschere»
Coppia anche nella vita, i due affermati e popolari attori si esibiranno a Cosenza e Crotone. Lui: «Ogni coppia ha un mistero», lei: «Il silenzio crea tensione»
Un matrimonio borghese, apparentemente tranquillo, custodisce in realtà un gioco sottile e inquieto fatto di ruoli, desideri e ambiguità. È questo il cuore de “L’Amante”, uno dei testi più emblematici del drammaturgo britannico Harold Pinter, maestro nel trasformare il quotidiano in un territorio di tensione psicologica e mistero.
Nella storia, Sarah e Richard sono una coppia che ha escogitato un rituale singolare per tenere vivo il proprio rapporto: ogni pomeriggio lei riceve la visita di un amante, con la tacita approvazione del marito. Ma chi è davvero questo amante? E fino a che punto il gioco resta sotto controllo? Attraverso dialoghi calibratissimi, pause cariche di significato e improvvisi slittamenti di senso, Pinter mette in scena una partita emotiva fatta di seduzione, potere e maschere.
Lo spettacolo, con la traduzione di Alessandra Serra e la regia di Veronica Cruciani, vede protagonisti Giorgio Marchesi e Simonetta Solder, coppia anche nella vita. La scena, dominata da due finestre con veneziane che diventano dispositivo luminoso più che elemento realistico, costruisce uno spazio quasi claustrofobico, dove luci e ombre accentuano il carattere noir della vicenda e accompagnano lo spettatore dentro il labirinto psicologico dei personaggi.
“L’Amante” andrà in scena venerdì 10 e sabato 11 aprile al Teatro Alfonso Rendano, nell’ambito della Rassegna L’Altro Teatro, e domenica 12 aprile al Teatro Vincenzo Scaramuzza per la rassegna “Crotone… Voglia di Teatro”: entrambi i cartelloni sono curati da Gianluigi Fabiano.
Ai nostri microfoni sono intervenuti i protagonisti in scena, Giorgio Marchesi e Simonetta Solder.
Marchesi: «Ogni coppia cela qualcosa di misterioso che la tiene unita»
Attore tra i più riconoscibili del panorama italiano contemporaneo, Giorgio Marchesi ha costruito nel tempo una carriera solida attraversando teatro, cinema e televisione. Dopo gli studi di recitazione e le prime esperienze teatrali, che restano la sua vera matrice artistica, si è affermato anche sul piccolo e grande schermo con ruoli che gli hanno dato grande popolarità presso il pubblico. In televisione è stato protagonista e interprete in numerose serie di successo, (tra le tante ricordiamo "Un medico in famiglia") distinguendosi per una recitazione intensa e misurata. Parallelamente ha continuato a coltivare il teatro, che considera il luogo più vivo del lavoro attoriale: uno spazio dove la storia si rinnova ogni sera davanti al pubblico e dove l’attore può modulare continuamente il proprio lavoro.
Negli ultimi anni Marchesi ha affiancato alla recitazione anche progetti cinematografici e televisivi che lo hanno portato a confrontarsi con storie ambientate in diversi contesti italiani, dimostrando grande versatilità interpretativa. Nel suo percorso resta centrale il rapporto con la scena teatrale, che egli stesso definisce il suo “primo amore”.
L’Amante” di Harold Pinter è un testo costruito su ambiguità, silenzi e tensioni sotterranee. Come si affronta, da attore, un linguaggio così calibrato, dove spesso ciò che non si dice pesa più delle parole?
Il lavoro è stato fatto per lo più sul sottotesto, ovvero su ciò che i personaggi pensano. Le sfumature psicologiche sono importantissime. Vi sono delle pause molto puntuali che devono essere riempite. Non vanno viste come veri e propri momenti di silenzio, ma come armi per cambiare strategia.
In scena tu e Simonetta Solder siete una coppia che gioca continuamente con identità e ruoli. Quanto è complesso mantenere credibile questo equilibrio tra ironia, seduzione e inquietudine che attraversa tutto il testo?
È difficilissimo ed è un gioco per cui serve necessariamente la disponibilità del pubblico. Essendo dei codici molto forti, se il pubblico non sta al gioco, diventa molto difficile per noi interpretarli e per il pubblico entrarci dentro. Serve una grande concentrazione e un grande ascolto da parte dell'altro.
Tu ha lavorato molto tra cinema e televisione, ma il teatro resta un luogo particolare, quasi un laboratorio vivo. Qual è, secondo te, la differenza più profonda tra recitare per il teatro, per la televisione e per il cinema? E soprattutto: quale di questi linguaggi senti più vicino alla tua sensibilità di attore?
Le differenze sono principalmente di intensità e concentrazione. In teatro non hai i primi piani, hai circa un'ora per raccontare una storia. In cinema la macchina da presa coglie molte sfumature che in teatro bisogna dare in modo diverso. La voce in teatro va calibrata molto bene per fare cogliere tutte le varie sfumature. Mentre la macchina da presa va a sfumare tutto, addirittura riesce a catturare i movimenti di un'occhio. Inoltre le scene nel cinema durano veramente poco, in teatro invece c'è una complessità e una totalità che in cinema e in televisione non c'è. In più, in teatro se si vuole si può cambiare ogni sera, si può migliorare. In cinema una volta registrato non si può più cambiare nulla. A me personalmente piace alternare tra i tre linguaggi attoriali. Il teatro inevitabilmente lo amo di più perché è stato il primo amore, ma anche gli altri linguaggi artistici mi piacciono, ovviamente.
Nel testo di Pinter il matrimonio tra Sarah e Richard sopravvive grazie a un rituale che rompe le regole della coppia tradizionale. Vi siete mai chiesti, preparando lo spettacolo, se in fondo questo meccanismo sia una provocazione teatrale oppure se dica qualcosa di vero su come le relazioni a lungo termine cercano di reinventarsi nel tempo?
Sicuramente dice molto di come le relazioni a lungo termine cerchino di reinventarsi nel tempo, per resistere. All'interno di ogni coppia ci sono delle svisature che nessuno può capire. Si tratta di un mistero, che poi li fa stare insieme, magari per tanti anni. Un'insieme di segreti, perversioni, bisogni, che solo la coppia conosce.
Di recente hai realizzato anche un film in cui tu interpretavi il ruolo di un veneto che sposava per procura una donna calabrese. Il tutto ambientato negli anni '60 del Novecento. Ma in generale qual è il tuo rapporto con la Calabria?
Dopo la prima puntata di quella fiction ci fu una polemica con la Regione Calabria e anche con la Regione del Veneto. Poi per fortuna placate subito dopo la seconda puntata. Il testo fu strepitoso. Il mio rapporto con la Calabria è idilliaco perché vi sono tornato nel 2024 per fare un film con Chiara Francini e, in quella occasione ho potuto vivere la Calabria, perché ho trascorso 4 settimane tra Villaggio Mancuso, Cosenza, Catanzaro. L'ho girata e l'ho apprezzata moltissimo. Oltre al fatto di avere molti amici calabresi a Roma, dunque sulla nostra tavola c'è sempre un po' di Calabria. Poi mi ha stupito la presenza della natura ancora indomita in Calabria, tra mare, montagna eccetera.
Voi siete una coppia anche nella vita: lavorare insieme su un testo come L’Amante, che mette in scena un matrimonio basato su un gioco erotico e psicologico molto ambiguo, ha mai creato momenti di imbarazzo o di confronto tra voi? Vi è capitato di discutere su come una coppia “dovrebbe” funzionare davvero?
No, in verità il fatto di essere una coppia nella vita ci preserva dall'imbarazzo del dover ricreare un'atmosfera che nel non essere coppia nella vita sarebbe veramente molto difficile ricreare.
Simonetta Solder: «Il rapporto con Giorgio ci permette di avere consapevolezza sul palco»
Attrice di lunga esperienza, Simonetta Solder ha attraversato nel corso della sua carriera i diversi linguaggi dello spettacolo: teatro, cinema e televisione. La sua formazione nasce nel teatro, dove ha lavorato con registi e interpreti di grande rilievo, costruendo una presenza scenica intensa e raffinata. Nel corso degli anni ha partecipato a numerose produzioni teatrali, distinguendosi per la capacità di affrontare testi complessi e personaggi psicologicamente stratificati. Tra le esperienze che lei stessa ricorda come decisive vi è lo spettacolo Tante facce della memoria, diretto da Francesca Comencini, un lavoro corale al femminile che le ha dato nuovo coraggio artistico e la spinta a intraprendere scelte più audaci nel proprio percorso. Accanto al teatro, Solder ha lavorato anche nel cinema e nella televisione, collaborando con importanti interpreti internazionali – tra cui Willem Dafoe – e consolidando una carriera caratterizzata da incontri artistici significativi e da una continua ricerca espressiva.
Il personaggio di Sarah vive costantemente su un confine ambiguo tra desiderio, gioco e controllo. Come hai costruito questo equilibrio emotivo senza farlo scivolare né nel dramma puro né nella commedia?
Sarah è un personaggio sul crinale. Deve stare sempre attenta a ciò che potrebbe accadere. Ogni frase detta, ogni gesto, potrebbe portare a un bivio, per cui è importante cercare di lavorare su questa sensazione che è quella di cercare di capire sempre la strategia dell'altro.
Nel teatro di Harold Pinter il silenzio è quasi una battuta a sé. Come si lavora, da attrice, su queste pause così cariche di significato?
Per far sì che le pause non siano vuote, affinchè non vadano a cadere nel nulla, è necessario fare un lavoro su quello che è il sottotesto. Per far capire che il silenzio è tutto in quello spettacolo. Il silenzio crea tensione ed è come nella vita. Uno non parla a raffica. Pensa, riflette, ha dei momenti di sospensione, perché vi sono dei pensieri che vengono formulati.
In scena condividete questo duello psicologico con Giorgio Marchesi, che è anche tuo compagno nella vita. Questo rapporto personale cambia qualcosa nel modo in cui affrontate i personaggi e le loro dinamiche?
In verità, noi abbiamo il lusso di essere compagni anche di vita. In questo modo non abbiamo alcun tipo di 'riguardo' rispetto all'altro. Banalmente, avere la conoscenza del corpo dell'altro, dello spazio vitale che si condivide con una persona è importantissima. D'altro canto, interpretare questa scena con una persona che non si conosce, con la quale non si ha confidenza, crederebbe inevitabilmente imbarazzo. Quindi il fatto di essere compagni anche nella vita è un grandissimo vantaggio.
Lo spettacolo sembra interrogare molto il tema delle maschere nelle relazioni, di ciò che le coppie mostrano e di ciò che invece rimane nascosto. Secondo te questo testo, scritto negli anni Sessanta, parla ancora in modo attuale alle relazioni di oggi?
Sì, assolutamente. È un tema universale, senza tempo. È un testo che non ha tempo. La scrittura è di altissimo livello, scritto da uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi. Il tema è quello delle maschere ma vi è anche il tema del potere interno alla coppia. Come una sorta di partita a scacchi in cui prima vince l'uno, poi l'altro, alcune volte non vince nessuno. È un tema senza tempo, come tutte le grandi pagine della letteratura.
Simonetta, tu hai attraversato molti linguaggi dello spettacolo — dal teatro al cinema alla televisione — costruendo nel tempo un percorso molto vario. Guardando indietro alla tua ricca carriera, c’è stato un momento o un incontro artistico che senti davvero decisivo, quello che ha cambiato il modo in cui guardi al mestiere di attrice?
Sono stati una serie di incontri. Probabilmente quello che mi ha dato maggiormente coraggio è stato l'incontro artistico e umano avvenuto con alcuni miei colleghi in "Tante facce della memoria" uno spettacolo con la regia di Francesca Comencini. Incontri molto importanti insieme a Lunetta Savino, Mia Benedetta, Bianca Nappi, Carlotta Natoli, Simonetta Solder e Chiara Tomarelli. Quel lavoro mi ha dato tanto coraggio, da lì mi sono buttata, ho preso i miei rischi. C'era la voglia di raccontare le voci di 6 donne. Questo per me è stato un incontro al femminile veramente molto importante. Poi, un dettaglio non da poco, siamo tutte amiche. Per il resto tante persone incontrate. Da Willem Dafoe e altri incontri importanti.
Con "L’Amante”, Marchesi e Solder portano in scena non solo un testo fondamentale del teatro del Novecento, ma anche un vero duello psicologico, costruito su silenzi, strategie e tensioni sottili, che continua ancora oggi a interrogare lo spettatore sul mistero delle relazioni e sulle maschere che abitano l’intimità.