Non solo nostalgia, ma anche strategia: il trionfo di Sal Da Vinci e quel racconto dal sapore di tradizione
In un’epoca di instabilità internazionale, con finestre del Tg1 che interrompono la diretta per parlare di conflitti globali, il Festival sceglie una narrativa rassicurante e retrò: casa, famiglia e tradizione
La chiamano nostalgia. Ma forse è strategia.
La finale di Sanremo si chiude con una vittoria che era annunciata e insieme sorprendente. Sal Da Vinci trionfa con “Per sempre sì”, brano dato per favorito fin dall’inizio. Secondo Sayf, terza Ditonellapiaga, quarta Arisa, quinto il tandem Fedez-Masini.
Ma i numeri raccontano una storia più sottile.
Sanremo 2026, Sal Da Vinci ha conquistato il Festival con “Per me si”Al televoto Sayf aveva vinto di tre punti su Sal Da Vinci. Nel totale finale, però, lo scarto tra i due è di appena 0,3%. Tradotto: sono stati sala stampa e giuria a determinare il sorpasso decisivo.
Ed è qui che il Festival si fa interessante. Perché questa non è stata solo un’edizione musicale. È stata un’edizione simbolica. Un Sanremo che qualcuno potrebbe definire patriarcale.
Cantanti accompagnati da madri, padri, figli, sorelle e cugini sul palco. Bocelli che entra all’Ariston a cavallo, come un cavaliere medievale. Sal Da Vinci che canta un inno al matrimonio, “Per sempre sì”, che “sfamerà” i matrimoni partenopei dei prossimi trecento anni. Un immaginario maschile, solenne, quasi cavalleresco, che domina la narrazione.
L’ingresso di Andrea Bocelli a cavallo non è stato solo un momento spettacolare. È stato un manifesto: l’Italia lirica, melodica, epica. L’Italia riconoscibile all’estero in tre secondi. L’Italia della tradizione, della famiglia, della promessa eterna.
E guarda caso vince un brano che parla di matrimonio, di “per sempre”, di radici.
Il dato politico – sì, politico – è questo: in un’epoca di instabilità internazionale, con finestre del Tg1 che interrompono la diretta per parlare di conflitti globali, il Festival sceglie una narrativa rassicurante e retrò: casa, famiglia, matrimonio, tradizione.
Ma attenzione: non è solo nostalgia
Se Sayf ha vinto nettamente al televoto e ha perso per 0,3% nel totale, significa che il pubblico da casa aveva espresso una preferenza chiara a suo favore. È stata la componente tecnica, la sala stampa o le radio, a orientare l’esito finale verso una proposta più “identitaria”, più riconoscibile, forse più spendibile in chiave internazionale all’Eurovision. Della serie, se all’estero ci vedono ‘spaghetti e mandolino’, sfruttiamo l’idea.
Portare un’immagine fortemente italiana, melodica, tradizionale, può funzionare più di un tentativo di internazionalizzazione forzata. La scelta potrebbe essere stata lucida, non emotiva.
Un Ariston che sembra dire: torniamo a casa
E poi l’annuncio che cambia il futuro: nel 2027 conduzione e direzione artistica passeranno a Stefano De Martino. Una scelta che apre interrogativi enormi. Perché Sanremo non è una settimana televisiva. È un anno di lavoro, tensioni, trattative, costruzione narrativa. È una macchina totalizzante.
La Rai, dopo una continuità rassicurante, sceglie una rottura generazionale anche dal punto di vista musicale? Lo scopriremo.
Intanto resta il dato. Risultato finale: Sal Da Vinci primo.
Quando il mondo è instabile, si torna ai simboli solidi.
Quando il pubblico si divide, la sala stampa pesa.
Quando l’Ariston sceglie, non sceglie mai solo una canzone.
Sceglie un racconto.
E quest’anno il racconto aveva il sapore della tradizione.