Sezioni
Edizioni locali
26/02/2026 ore 12.08
Spettacolo

Sanremo, una seconda serata tra ricordi e routine: Leali infiamma l’Ariston ma il resto scorre senza scosse

Il silenzio per Crans-Montana e la forza di Fausto Leali rompono una serata prevedibile, segnata da omaggi timidi e canzoni costruite più per l’algoritmo che per lasciare il segno

di Ernesto Mastroianni

La seconda serata del Festival di Sanremo si è consumata con la compostezza più totale, non occorreva neppure assistervi per intero: la si poteva intuire, prevedere, quasi recitare a memoria.
I momenti più alti, ovvero gli unici, non sono giunti dalla competizione, ma dalla memoria. Il ricordo delle vittime della tragedia di Crans-Montana ha introdotto, per un istante, un silenzio vero, un silenzio denso, attraversato da un sentimento collettivo che nessuna orchestrazione televisiva potrebbe fabbricare.
E poi, improvviso come un lampo in una sala ovattata, Fausto Leali. Leali non è semplicemente una voce: è una materia sonora, un timbro che affonda nelle viscere del rhythm and blues e ne restituisce una declinazione italianissima, ma non per questo addomesticata. In lui vibra ancora quella concezione della canzone come corpo vivo, come gesto totale, come esperienza fisica prima ancora che melodica. La sua emissione graffiata, il fraseggio istintivo, la capacità di abitare la parola senza abbellimenti manieristici hanno incendiato l’Ariston con una naturalezza che suonava quasi scandalosa, tanto era distante dalla levigatezza circostante.

Leali appartiene alla costellazione dei grandi, dei nomi che non necessitano di revival perché sono essi stessi permanenza. Tuttavia, proprio qui si impone una riflessione meno indulgente: se nel 2026 occorre richiamare Leali per restituire combustione emotiva a una serata del Festival, significa che in questi decenni la produzione musicale nazionale ha sovente smarrito densità, rischio, profondità; che si è adagiata su formule di facile consumo, su architetture sonore seriali, su testi che raramente oltrepassano la soglia dell’impressione epidermica. Non si tratta di indulgere in nostalgie sterili, bensì di constatare come una parte significativa della musica contemporanea sembri affetta da una levigatezza standardizzata, da un’insistenza su cliché armonici e ritmici che finiscono per appiattire l’esperienza dell’ascolto in un intrattenimento intercambiabile.

L’omaggio a Ornella Vanoni avrebbe meritato ben altro respiro. Vanoni non è soltanto una grande interprete: è una figura cardinale della canzone d’autore italiana, una voce che ha attraversato decenni mutando pelle senza perdere identità, un’interprete capace di abitare tanto la leggerezza quanto l’abisso. Ridurre la sua traiettoria a un tributo formalmente corretto ma privo di invenzione scenica o rilettura critica è parso un gesto timido, quasi burocratico. Nessuna prospettiva nuova, nessun tentativo di interrogare davvero la sua eredità, nessuna tensione narrativa che trasformasse l’omaggio in atto creativo. È mancata l’audacia: quella stessa audacia che la Vanoni ha sempre incarnato nel suo percorso artistico.

Tra le presenze contemporanee, Achille Lauro si è distinto con intelligenza scenica e consapevolezza stilistica. Le sue canzoni, piaccia o meno il personaggio, respirano nella contemporaneità senza subirla passivamente. C’è in lui una tensione performativa che recupera la lezione del glam, dell’artificio esibito come verità teatrale; ma vi è anche un lavoro sul suono che evita la pura imitazione dei modelli internazionali. Lauro comprende che il palco non è semplice esposizione, bensì costruzione di immaginario: e in un contesto spesso anestetizzato, questo basta a segnare una differenza.

Per il resto, la serata è scivolata via tra brani che inseguono la struttura della hit estiva, con ritornelli concepiti per l’immediata replicabilità e produzioni calibrate sull’algoritmo più che sull’urgenza espressiva. Più che il Festival della canzone italiana, è sembrato di assistere a una riedizione dilatata del Festivalbar, con la differenza che qui si pretende ancora una patente di “alta tradizione” che le scelte artistiche non sempre giustificano.
E così resta una sensazione ambivalente: da un lato la venerabile macchina sanremese, con il suo apparato simbolico; dall’altro una sostanza musicale che raramente osa oltrepassare il confine della gradevolezza programmata. Quando a scuotere davvero la platea è un artista che appartiene a un’altra stagione, non è solo un omaggio al passato: è, implicitamente, una domanda sul presente.

?>