Catanzaro sogna con una bambina, Cosenza protesta con una piazza: vince la passione
Lo scatto di una giovane tifosa giallorossa a Monza e la manifestazione contro Guarascio a Cosenza raccontano due momenti opposti, ma la stessa appartenenza ai colori della propria città
Ci sono fotografie che raccontano una stagione meglio di qualsiasi classifica. Immagini che riescono a spiegare ciò che novanta minuti, un regolamento o un verdetto finale non riescono a contenere. La stagione del Catanzaro si è chiusa a un passo dalla Serie A. Il sogno è sfumato a Monza, dopo una finale playoff terminata con un 2-2 complessivo tra andata e ritorno e decisa dal miglior piazzamento dei brianzoli nella stagione regolare. Una delusione enorme per una città che attende il ritorno nel massimo campionato da 43 anni. Eppure, tra le tante immagini lasciate in eredità da questa cavalcata, ce n'è una che forse racconta il significato profondo di ciò che il Catanzaro è riuscito a costruire.
Le lacrime di un bambino e il sorriso di Aquilani che lo consola: il Catanzaro non va in Serie A ma ha vinto lo stessoC'è una bambina con la maglia giallorossa affacciata alla grata che separa il settore ospiti dal terreno di gioco dell'U-Power Stadium. Accanto a lei c'è il padre. Davanti, il campo sul quale le Aquile stanno inseguendo un sogno che appartiene a un'intera città. È una fotografia spontanea, ma dentro quello scatto c'è molto più di una partita di calcio.
SIcuramente quella bambina non conosce ancora il peso di una finale playoff. Non sa cosa significhino quarantatré anni di attesa. Non può comprendere fino in fondo l'amarezza di una promozione sfumata. Eppure è lì, nel cuore della trasferta più importante vissuta dal popolo giallorosso negli ultimi decenni. Sta vivendo qualcosa che un giorno qualcuno gli racconterà. Perché il calcio, prima ancora di essere un risultato, è appartenenza. È una passione che si tramanda senza bisogno di spiegazioni. Passa naturalmente da padre a figlio, da madre a figlia, da una generazione all'altra. Si costruisce nei viaggi, nelle trasferte, nelle attese e nelle emozioni condivise. La storia del Catanzaro in questa stagione è stata anche questo.
È stata una squadra capace di riportare una città al centro del racconto sportivo nazionale. Una squadra che ha fatto innamorare migliaia di persone con il proprio gioco, con il coraggio dei suoi giovani e con la capacità di sfidare avversari più ricchi e strutturati. Una squadra che, pur senza raggiungere la Serie A, ha conquistato il rispetto dell'intero movimento calcistico.
Cosenza, oltre duemila tifosi contro Guarascio: «Il suo tempo è finito»E forse il significato di quella fotografia emerge ancora di più se si allarga lo sguardo a ciò che accade a pochi chilometri di distanza. Mentre Catanzaro si stringe attorno alla propria squadra e alla propria società, a Cosenza oltre duemila tifosi sono scesi in piazza per chiedere la cessione del club da parte della proprietà guidata da Eugenio Guarascio. Una protesta forte, simbolo di una frattura che la tifoseria rossoblù considera ormai insanabile.
Due realtà diverse, due stati d'animo opposti ma la stessa passione per i colori delle rispettive città. Da una parte una tifoseria che, pur nella delusione per la mancata Serie A, continua a identificarsi nella propria società, nei propri dirigenti e nel progetto costruito negli ultimi anni. Dall'altra una piazza storica e importante, che manifesta apertamente il proprio disagio verso una proprietà ritenuta distante dal sentimento popolare e dall'identità del club. È la dimostrazione che nel calcio non contano soltanto le categorie. Conta il rapporto che si crea tra una squadra, una società e il proprio territorio. Conta la capacità di rappresentare una comunità. A Catanzaro Noto ci riesce, mentre a Cosenza Guarascio non più.
In un calcio sempre più dominato dai numeri, dai bilanci e dagli investimenti milionari, il Catanzaro ha ricordato a tutti che esiste ancora un'altra dimensione. Quella fatta di identità, territorio e senso di appartenenza.
Forse è anche per questo che la storia dei giallorossi ha coinvolto ben oltre i confini della Calabria. Perché nelle imprese delle cosiddette provinciali continua a vivere una parte dell'anima più autentica del calcio italiano. Quella che porta migliaia di persone a percorrere centinaia di chilometri per seguire una maglia. Quella che fa battere il cuore per dei colori che rappresentano una città e una comunità. Alla fine il Monza ha conquistato la Serie A e il Catanzaro è rimasto in Serie B. Questo diranno gli archivi. Ma quella fotografia racconta un'altra verità.
Racconta una bambina che guarda il campo con gli occhi della meraviglia. Racconta un padre che le sta consegnando una passione destinata ad accompagnarla per tutta la vita. Racconta una tifoseria che continua a riconoscersi nei propri colori indipendentemente dai risultati. Perché il calcio, quello vero, non è soltanto nelle coppe alzate o nelle promozioni conquistate. È anche in momenti come questo. In una mano stretta a una grata. In uno sguardo rivolto verso il campo. In una passione che continua il suo viaggio da una generazione all'altra.
Ed è forse questa la vittoria più grande che il Catanzaro lascia in eredità alla sua stagione.