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30/08/2026 ore 19.10
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Un educatore sportivo in ogni quartiere: la ricetta di Di Tillo (CSAIn) contro il disagio giovanile in Calabria

L’iniziativa punta a fare dello sport un presidio sociale attivo e un antidoto al disagio giovanile: «Lo sport può diventare strumento per costruire relazioni educative»

di Redazione Sport

La proposta dell’educatore sportivo di quartiere, lanciata da Amedeo Di Tillo per il comitato regionale CSAIn Calabria, punta a fare dello sport un presidio sociale attivo e un antidoto al disagio giovanile.

Lo abbiamo intervistato.

Amedeo Di Tillo, da dove nasce l'idea dell'"educatore sportivo di quartiere"? Qual è il problema che questa figura dovrebbe contribuire ad affrontare?

Nasce da quello che vedo ogni giorno girando i quartieri della Calabria per il mio lavoro nel mondo sportivo: ragazzi che hanno energia, voglia di fare, ma nessuno che li aspetti in un campo o in una palestra nel pomeriggio. Non è un problema di strutture soltanto, spesso ci sono anche impianti sottoutilizzati. È un problema di presenza. Manca chi apre il cancello, chi organizza, chi conosce i ragazzi per nome. L'educatore sportivo di quartiere nasce per colmare esattamente questo vuoto: essere un punto fermo, una persona di riferimento che usa lo sport come pretesto per costruire relazioni educative.

Lei parla di un progetto a costo zero. Come dovrebbe funzionare concretamente? Chi dovrebbe mettere a disposizione gli educatori e quali strutture potrebbero essere utilizzate?

A costo zero non significa senza persone o senza organizzazione, significa non partire da nuovi capitoli di spesa ma da ciò che già esiste e che oggi non dialoga abbastanza. Parlo di associazioni sportive dilettantistiche, enti di promozione sportiva, società affiliate, che hanno già tecnici e istruttori formati e spesso una presenza radicata sul territorio.

CSAIn Calabria è disponibile a mettere al servizio di questo progetto il suo knowown e i suoi tecnici migliori per avviarlo e instradarlo nel migliore dei modi possibili. Tutto questo è possibile grazie al sostegno e alla fiducia del nostro presidente, Salvatore Bartolo Spinella e di tutta la governance nazionale che ha dimostrato con i fatti di avere una visione chiara e netta del futuro dello sport di base. I Comuni, dal canto loro, possono mettere a disposizione ciò che hanno: palestre scolastiche nelle ore di chiusura, campetti pubblici, spazi comunali sottoutilizzati. Si tratta di costruire una rete, un protocollo che metta insieme queste risorse già presenti, coordinandole invece di lasciarle agire in ordine sparso.

Quanto può incidere la presenza quotidiana di un educatore sportivo in un quartiere difficile? Può davvero contribuire a prevenire devianza, dispersione scolastica e disagio giovanile?

La presenza quotidiana è tutto. Un ragazzo che sa che ogni pomeriggio, alla stessa ora, nello stesso posto, trova qualcuno che lo aspetta per allenarsi, comincia a costruire un'abitudine sana, una routine che lo tiene lontano da altre strade. Non parlo di miracoli: l'educatore sportivo non sostituisce la famiglia, la scuola, i servizi sociali. Ma può essere un tassello importante, spesso il primo a intercettare un disagio prima che diventi un problema più grande, perché è lui che vede il ragazzo tutti i giorni, che nota se manca, se cambia atteggiamento, se ha bisogno di aiuto.

Spesso si parla di periferie soprattutto quando accadono episodi di criminalità o di violenza. Non sarebbe più efficace intervenire prima, creando nei quartieri occasioni di socialità e aggregazione attraverso lo sport?

Assolutamente sì, ed è proprio questo il punto che mi sta più a cuore. Delle periferie si parla quasi sempre a fatto compiuto, quando la cronaca impone l'attenzione. Io penso che dovremmo occuparcene prima, in modo costante, non emergenziale. Lo sport ha un vantaggio enorme rispetto ad altri strumenti: è immediatamente attrattivo per i ragazzi, non ha bisogno di essere "venduto" come un'attività educativa, lo è già nella sua natura. Investire prima, con presenza e continuità, costa meno anche in termini sociali rispetto a intervenire dopo, quando il disagio si è già trasformato in qualcos'altro.

Se un Comune decidesse domani di sperimentare la sua proposta, quali sarebbero i primi tre passi da compiere per trasformare l'idea dell'educatore sportivo di quartiere in una realtà concreta?

Il primo passo è mappare: capire quali spazi sportivi esistono già in un quartiere, in che condizioni sono e in che orari restano inutilizzati. Il secondo è mettere intorno a un tavolo gli attori che già lavorano sul territorio, capitanati dal nostro comitato regionale dello CSAIn Calabria con associazioni sportive, enti di promozione, scuole, parrocchie e terzo settore . Il terzo passo è firmare un protocollo semplice, snello, che stabilisca ruoli e responsabilità e che parta anche da un solo quartiere, come progetto pilota: dimostrare che funziona in uncontesto per poi stenderlo. Non serve una legge complicata, serve la volontà politica di mettere in rete quello che già c'è.